Pistacchio e crema… O una fotocamera?

Ovvero: come divertirsi con due euro!

 

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Stavolta vi voglio parlare di una piccola fotocamera senza pretese nata per il mercato interno dell’ex Unione Sovietica, destinata ai principianti e a chi voleva fotografare senza troppi problemi.

E’ la Smena, prodotta dalla Lomo quando ancora la Lomografia era di là da venire; e se in una foto ti trovavi colori falsati e infiltrazioni di luce, non la mostravi con orgoglio al mondo ma la strappavi e la buttavi via. Altri tempi …

Comprai la macchinetta in questione qualche anno fa per due euro al mercatino delle pulci, sostanzialmente come “fornitrice di viti” per eventuali riparazioni da fare su altre macchine, salvo poi scoprire che  nonostante l’estetica molto “vissuta” ed il coperchio del vano pellicola clamorosamente bombato, non solo funzionava, ma lo faceva perfino discretamente.
E’ una compatta che poi tanto compatta non è, e se la si confronta ad esempio con una Olympus XA od una Rollei ne esce con le ossa rotte: non solo è decisamente più grande, ma non ha un telemetro per la messa a fuoco, non ha un esposimetro, non ha alcun tipo di automatismo!

Fieramente e totalmente meccanica, bruttarella e senza pretese, viene incontro al malcapitato utilizzatore con una scala delle distanze a icone che solo a vederla fa tenerezza, ed una scala dei diaframmi che si traduce in “sole, pioggia e nuvolette”: stile previsioni del tempo, insomma… Solo un giocattolo? Non proprio: la piccolina ha i suoi pregi: si impugna bene, ha un bel mirino luminoso ed un otturatore centrale silenziosissimo con un pulsante di scatto morbido come il burro. L’obiettivo, naturalmente in vetro, come del resto il mirino, non è molto luminoso ma è dignitosissimo e fa il suo mestiere, e inoltre, chicca graditissima, tramite apposite finestrelle ci indica il diaframma selezionato, così che con discrezione e senza darlo a vedere, ci insegna la famosa “regola del 16“…

E’ il residuo di un’epoca in cui la fotocamera “economica” si otteneva eliminando prima l’esposimetro, poi il sistema di messa a fuoco e poi magari anche l’autoscatto, ma l’ottica era l’ultima cosa su cui si “limava”, lasciando da parte gli obiettivi a quattro o cinque lenti per ricorrere ad un classico “tre lenti” meno luminoso.

Oh my gosh! Solo f4 ?!?!?

Già, ma volete provarci voi a focheggiare a naso con un 50mm f1.8 ?
Poi è arrivata l’elettronica, sono arrivati gli automatismi e gli ingranaggi di plastica, e si è capito che tra vetro e chip, si risparmiava di più togliendo il vetro, così sono nate le compattone “autotutto” a prova di ignorante, con tante lucine, e col loro bel fondo di bottiglia davanti. Decisamente, la piccola Smena è di tutt’altra pasta. Eccola qui:

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Notare sull’obiettivo la doppia scala delle distanze in metri e piedi, con l’aggiunta dei simbolini con le persone stilizzate intere, a mezzo busto, o di fianco a sovieticissimi grattacieli a seconda della distanza.

La scala degli iso è anch’essa doppia, in ASA e DIN, ma ha le intuitive indicazioni sole/nuvola per la scelta del diaframma, che veniva comunque riportato sul frontale.

La leva di scatto è direttamente sull’obiettivo e non sul corpo macchina: azione “diretta” senza nessun leveraggio intermedio, e scatto – l’ho già detto – morbidissimo, anche grazie all’otturatore centrale, notorialmente più silenzioso di un sistema a tendine.

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sul retro troviamo poi il classico disco memo per il rullino in uso, molto “Leica style”, la leva di carica e il contapose nella finestrella sotto alla slitta flash, mentre sopra, ovviamente, non può mancare un rusticissimo ed economico manettino di riavvolgimento.

Ma adesso che sappiamo com’è fatta, la domanda è: ha senso usarla o è solo un modo per sprecare preziosa pellicola? La miglior risposta è sempre l’esempio, per cui… A voi un paio di scatti

su pellicola Kodak BW 400CN : dopo un po’ di postproduzione, direi che i risultati sono decisamente accettabili.

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Ma poi, per 2 euro… Che volete di piu? Due palline di gelato?

 FF

 

 

 

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