Giuseppe Basile, nel “Salotto” di Paolo Albertini

Benvenuti, amici della Gabbia Armonica… eccoci dunque giunti all’avvio della nuova rubrica “Il Salotto”, spesso nominato tra le righe dei miei commenti come “rifugio virtuale” dai ritmi di consumo imposti dalla piattaforma di Facebook. Un bel divano chesterfield con qualche inevitabile (ed apprezzato) segno del tempo a disposizione dei graditi frequentatori di turno, una poltrona inglese in pelle degli anni ’20 per il sottoscritto (acquistata anni fa in un piccolo negozio di antiquariato in Toscana), qualche esemplare d’arredo vintage in noce di fine ottocento o inizi dello scorso secolo (ancora perfettamente funzionale), un piccolo mobile inglese destinato in passato ad usi assai meno nobili e ora ben riadattato a custode di sostanze alcoliche e bicchierini da liquore, ed ecco che il nostro salotto è pronto per accogliere le discussioni di tutti coloro che vorranno partecipare…

Salotto del SenatoreImmancabile, in questa atmosfera quasi slow-food, anche un camino acceso, magari non eccessivamente grande ma sicuramente in grado di scaldare l’atmosfera come si conviene… e davvero poco altro, oltre alle immagini che scorrono sotto il nostro sguardo e sulle quali di volta in volta andremo a soffermarci per una piacevole chiacchierata insieme.

Mentre sfoglio con interesse proposte fotografiche “gabbiofile” più o meno recenti dei nostri amici, davanti ai miei occhi transita l’immagine nr. 8 del portfolio “Double Visions”, una serie iniziata quasi in sordina qualche tempo fa per opera del suo bravo autore Giuseppe Basile… un progetto nuovo da parte di una vecchia conoscenza, almeno per chi è solito transitare sulla pagina Facebook della Gabbia Armonica. Giuseppe vive e lavora a Berlino, poliforme metropoli Europea che sembra ormai essere stata ben interiorizzata dal suo approccio fotografico, già più volte esplorata dal nostro Autore affidandosi talvolta a cromie quasi surreali, in altri casi a bianconeri più sintetici nella forma ma in grado di “graffiare lo sguardo”, e a volte anche ricorrendo all’impiego – controllato ed efficace – del fisheye in fase di ripresa. In ogni caso le sue proposte non sono certamente passate inosservate, almeno per chi – come il sottoscritto – ama cercare di trovare un fil-rouge espressivo che possa collocare ogni singola prova all’interno di un percorso più ampio, di un racconto in divenire che è figlio diretto di ciò che precede e ragione prima di ciò che segue.

Vorrei avviare ora una discussione con voi, prendendo a spunto questa proposta ma cercando anche di suscitare se possibile un dibattito più ampio, relativo più in generale all’approccio con il quale esaminiamo le diverse immagini che transitano sul nostro monitor.

Quando guardiamo un’immagine come quella che ci propone il nostro amico Giuseppe, tentiamo di farne sempre e comunque una lettura immediata, “emozionale” (per esempio, nel caso specifico, valutandone l’indubbio aspetto cromatico e grafico), decidendo di passare senza troppi rimpianti ad altro, qualora tale lettura non sia in grado di trasmetterci qualcosa? Oppure proviamo ad affrontare anche una lettura di secondo livello, se non proprio esegetica, quanto meno votata alla comprensione delle finalità dell’Autore nel proporcela? Oppure ancora sentiamo l’esigenza di inquadrarla all’interno di una ricerca pregressa (sempre che ne esista una), magari spingendoci al riesame di qualche altro scatto precedente o meglio ancora di altre immagini della stessa serie?

A titolo del tutto personale, direi che in questo caso entrambi i livelli di analisi ci consentono ugualmente di “percepire” lo spessore dell’ottimo scatto di Giuseppe. Inutile dire che la possibilità di ampliare il contesto valutativo attraverso un esame più approfondito di altri lavori dello stesso Autore ci consente di avere a disposizione numerosi elementi addizionali per collocare questa visione berlinese in una luce diversa, e probabilmente anche di valutarlo in modo più organico (non necessariamente migliore, beninteso).

Optando dunque per una lettura “di secondo livello” (comunque intesa, purché non immediata) di questa proposta, possiamo dire che il fine ultimo dell’Autore sia quello di una ricerca “semplicemente” estetica (dove l’avverbio non ha alcun connotato evidentemente negativo, ma serve unicamente a focalizzare l’approccio determinante nel realizzare questo scatto, e più in generale tutta la serie), oppure c’è dell’altro che possa ritenersi a tutti gli effetti parte integrante del messaggio che si vuole comunicare?

Anche in questo secondo caso, a mio modesto avviso, entrambi i piani di “lettura avanzata” sono altrettanto veri ed importanti… proviamo ora a comprenderne il perché.

Parlando di estetica, è innegabile come l’Autore non si limiti a sovrapporre incoerentemente frammenti casuali della realtà, per trarne visioni “altre”, ma piuttosto studi e rifletta in modo preventivo sugli accostamenti tra i layers da fondere, come alla ricerca di un quasi ossimorico “caos elegante”. Ciò è tanto più evidente, in quanto è intuitivamente comprensibile la grande difficoltà di sommare situazioni asincrone per ricrearne un qualcosa di surreale ma pur sempre armonico… e tutto ciò presuppone una ricerca che non si limiti alla semplice post-produzione, ma si estenda anche e soprattutto al momento della ripresa, a quella più volte richiamata “pre-visualizzazione” dello scatto finale che guida Giuseppe sin dalla scelta dei singoli elementi e dei tagli prospettici con i quali riprenderli.

Se proviamo però a lasciare da parte per un attimo la componente estetico-grafica, senza per questo toglierle la forte valenza che le è propria, per tentare (sia pur approssimativamente) di percepire il messaggio che l’Autore sembra voler suggerire, ecco che qualcosa si fa strada nella nostra mente. La “rete grafica” disegnata dalle trame opportunamente sovrapposte ci da infatti l’impressione di un limite quasi invalicabile, una specie di “recinto urbano” nel quale siamo talvolta costretti a trascorrere gran parte del nostro tempo. O forse ancora, chiave di lettura altrettanto plausibile, la fusione di livelli riproduce virtualmente il depositarsi di immagini (ed esperienze) sulla nostra retina, come se si trattasse di un film del nostro vissuto, di un processo irregolare ma inarrestabile di sedimentazione di esperienze visive e sensoriali, progressivamente memorizzate in quella straordinaria “RAM” (memoria ad accesso casuale) rappresentata dal nostro cervello.

Ecco quindi che qualche altra interessante domanda si affaccia all’orizzonte: ci siamo forse spinti troppo in là, con l’approfondimento della nostra lettura? C’è dunque il rischio che essa possa non coincidere (in parte o in tutto) con le intenzioni originariamente alla base di questo scatto? E’ davvero così importante che percezioni dello spettatore e progetto dell’Autore risultino sempre perfettamente allineati, oppure è naturale e fisiologico che nell’interpretazione di un’immagine assumano un peso non indifferente anche le esperienze individuali di ognuno di noi, che in qualche modo influenzano e talvolta integrano il messaggio originale? E ancora… non era forse meglio fermarci al primo livello di analisi, per non rischiare di non trovare risposte adeguate alle questioni che sono state sollevate?

Mi auguro che qualche nostro amico abbia il piacere di condividere un suo pensiero in merito, e – magari in seconda battuta – che si possa contare anche su un intervento personale dell’Autore, il quale saprà riconoscersi o meno nei pensieri che questa sua bella prova ha suscitato, e che ringrazio da subito per avermi consentito di intrattenere i miei ospiti nel Salotto! Nell’attesa, vado intanto a mettere un altro po’ di legna ben stagionata nel camino…

Paolo Albertini

 

Taggato , , . Aggiungi ai preferiti : Permalink.

18 risposte a Giuseppe Basile, nel “Salotto” di Paolo Albertini

  1. paola palmaroli dice:

    Perché mai fermarsi al primo livello di lettura di un’immagine, perché non andare oltre le intenzioni dell’autore dello scatto? Quando incontriamo visivamente un dipinto od una scultura possiamo forse anche solo lontanamente pensare che sia possibile essere in sintonia con il creatore di quell’opera? Quando accade di entrare in simbiosi con l’ideale espresso dall’autore chi è che ce lo conferma? L’autore stesso se è vivente ma se è Prassitele come si fa? Ci si basa sui saggi di Storia dell’Arte? Non mi convince tale possibilità, forse ci piace immaginare di aver compreso quello che un artista ha espresso con la sua opera. Con le fotografie ho sempre provato una strana sensazione di finitezza che altre opere non possiedono. Non è il formato, non è il bianco e nero od il colore, è la sensazione di aver catturato con lo sguardo il tempo, ciò che non accade con tutte gli altri linguaggi umani, tranne forse che con la musica! Il piacere di fruire una fotografia è come gustare un frutto maturo, non sai bene quanto il sapore resterà in bocca, o meglio la visione negli occhi. La memoria catturerà gli elementi essenziali e li porterà con sé fino alla prossima visione, al prossimo scatto su cui ci soffermeremo! Ho fatto riferimento al senso del gusto ed al cibo, perché spesso gli occhi si appropriano di tutti i sensi osservando ciò che li incanta. Con il bianco e nero si è frugali, con i colori a volte si fa indigestione come con delle torte farcite, un’apoteosi di sensazioni gustative. Quando osservo fotografie come quella di Giuseppe Basile mi sento sazia, quei grafismi, quei toni di azzurro e di blue e di turchese, ci si adagia sulla sedia e si rimane a guardare come inebetiti da tanto fulgore ed energia! L’esperienza individuale di ognuno di noi sicuramente interviene nell’osservazione di un’immagine, come di qualsiasi altro aspetto che abbia bisogno degli occhi e della vista per essere vissuto ed assorbito! Di fronte alle immagini siamo come quei vecchi fogli di carta assorbente che si usavano un tempo per l’inchiostro delle penne fuoriuscito dai pennini che si spandeva in ogni dove, sui quaderni, nelle fessure di legno dei banchi, tra i meandri dei polpastrelli! Vorremmo assorbire tutti quegli stimoli visivi e vedere quello che oltre i confini della fotografia continua ad esistere. Nei libri alla fine di una storia c’è sempre la possibilità di continuarla con la propria di fantasia, nelle immagini quando si volge lo sguardo altrove fotografiamo ancora quello che l’autore ha lasciato fuori dal perimetro di quell’esperienza visiva, ci pare di poterlo fare. Con gli scatti di Giuseppe Basile questo è possibile ed è bellissimo! Paolo se sono uscita fuori tema, perdonami, questo mi hai fatto venire in mente leggendoti. Ciao!

  2. Paolo Albertini dice:

    Niente affatto, cara Paola… il Salotto nasce proprio per scambiare opinioni in libertà, e dunque ben venga la tua sui temi che ho lanciato! Io ho certamente qualche convinzione personale sul tema, ma da una parte sono anch’io interessato a rimetterla in discussione là dove ci siano i presupposti per farlo, dall’altra non intendo influenzare eventuali altri commenti proprio perché ciò che conta è arricchirsi vicendevolmente, piuttosto che giungere a conclusioni che pecchino vistosamente di assolutismo o peggio ancora di superficialità. Come amo ripetere, parlare “intorno” ad una fotografia, per tutto ciò che essa può suscitare in tema di emozioni e riflessioni, piuttosto che “di” una fotografia in particolare, è un po’ il valore aggiunto che ci siamo ripromessi di cercare nell’esperienza della Gabbia, ed è l’obiettivo ancor più mirato di questo Salotto. Con il contributo dei nostri amici, ovviamente… grazie davvero per il tuo intervento!

  3. Marco Romualdi dice:

    Mi domando (primo livello? secondo livello? o piuttosto nessun livello?): è davvero possibile intercettare il messaggio comunicativo di un autore, o invece la nostra lettura è sempre il tentativo di sostituirci all’autore stesso con il frutto della nostra esperienza, quella esperienza personale evocata da Paola Palmaroli?
    Per intenderci, superata l’osservazione dei valori estetici offerti dalla immagine proposta ( e anche l’esame delle soluzioni tecniche che si può cercare di intuire non disponendo – non volendo disporre – dei metadati), io interpreto quella che in qualche modo è stato definito un limite oltre il quale guardare (la rete grafica come gabbia) come un elemento “protettivo” da quello che oggettivamente si offre alla mia vista l’aggressività delle gru, che rappresentano il travolgere della ulteriore urbanizzazione…
    Ma è questa la chiave di lettura voluta dall’autore? E io, me ne preoccupo, di capire la vera intenzione dell’autore???
    Se guardo un dipinto, difficilmente chiedo al pittore il “racconto” retrostante la sua opera…così, se guardo una fotografia (che dopo il primo livello di osservazione ritengo meritevole di approfondimento tenuto conto delle qualità estetiche riconosciute e/o accettate), non chiedo all’autore di darmi gli elementi per procedere oltre, mi faccio io il racconto che più si conforma al mio sentimento…magari sperando in una coincidenza con l’autore, ma non facendo di di ciò un target necessario.
    (Tanto per stare al clima del caminetto, ma un cognacchino? O si può temere che sciolga troppo la parola?)

  4. Angie Stergio dice:

    The question of interpretation… the eternal debate… I don’t think there is a “proper” way of approaching the interpretation of a photo -or any kind of art, for that matter- but there is undeniably a “personal” way. We interpret as we are – the same way a photographer photographs as they are. Is it imperative that what we see in a photo agrees with the intention or the vision of the photographer? Is the existence of this identification that gives value to a work of art? I don’t think so… Many times, behind a great work of art there is no vision or intention… Art is being created through the artist because they are the right medium in the right place. A work of art for me takes substance by it’s ability to stop the process of thought -even for a second- and “hit” you with an ineffable realisation, provoking an instant shifting of consciousness. In this tiny but timeless space of time, we look the photograph and we see something new, for which we have no preconception, no memory, therefore no thoughts or interpretation. And when the moment passes, our mind takes over and, depending how each every one of us is, there comes interpretation, thinking and the appearence of multiple levels. What I mean is that sometimes it’s not the photographer who wants to convey a message but the photograph itself, despite the photographer. And in this case it doesn’t matter if the creator and the interpreter don’t agree, it’s the “shifting” and the ability of a photograph to touch us that make the difference -inside us. I am sure there are of course great moments where the intention of the photographer, the message and the interpreter agree… Reading and listening and making interpretations is revealing of who the interpreter is -and this I find fascinating every time. The point of this very long comment was I guess that I think that if there is something we “should” do, that would be to let the photograph guide us… sometimes interpretation and debate reveal hidden meanings and levels and sometimes they are just not necessary. Just like sometimes the narration and interpretation of a dream helps us understand it – and sometimes it confuses us. The interpretation of a dream, just like the interpretation of the message of a work of art it’s personal, and it’s about us. (OK, it got a little metaphysical again… sorry about this…)

  5. Alberto dice:

    Tralasciando gli ovvi complimenti per l’opportunità che Paolo ci da in questo salotto intervengo con alcune riflessioni. Credo che ognuno di noi abbia un proprio approccio all’immagine, che tuttavia risulta anche influenzato dal mezzo con cui l’immagine arriva! Sicuramente l’impatto estetico è predominante nel mio approccio, credo sia addirittura prevalente al contenuto! Questo mi porta a “scartare” inconsciamente le immagini che trovo brutte (nel senso più primitivo del termine) e a soffermarmi sulle immagini per me gradevoli! Dopo questo primo screening automatico, entro nella “seconda” lettura cioè al contenuto e qui si aprono svariati momenti che comprendono il confronto con le esperienze soggettive, la conoscenza dell’autore e delle sue opere, l’argomento trattato….sono innumerevoli i risvolti che interagiscono tra loro nella lettura di una foto! Comunque sia, voglio tornare ad un aspetto che ho accennato all’inizio del mio intervento sul quale volevo porre l’attenzione, il MEZZO con cui l’immagine arriva e viene vista! Probabilmente per miei limiti, io faccio una netta distinzione tra le immagini stampate e quelle proposte su internet e viste a schermo, con una netta preferenza, almeno in termini di attenzione, verso le prime! Il perché credo sia facilmente intuibile, sta nella quantità e la velocità con cui arrivano immagini in rete! A voler fare un paragone penso che una stampa stia a internet come un film al cinema sta ad un telefilm in televisione! Ora butto lì una provocazione….quanto ha influenzato il fotografo il mezzo di visione della propria foto?

  6. Marco Fetch dice:

    I totally agree with Angie.

    Ho letto davvero tanti libri di fotografia negli ultimi anni, alcuni dei quali erano saggi (quasi senza foto illustrate) sul significato dell’interpretazione, sulla lettura, sul “gesto” del fotografare e quello che comporta.
    Onestamente, in alcuni casi, mi sono sembrate mere esibizioni autoreferenziali di scrittura e filosofia. Alla fine, come ben ha scritto Angie, è il modo con cui la fotografia “comunica” a decretarne il successo o meno. A provocare delle reazioni a chi osserva un’opera. Questo indipendentemente dall’interpretazione soggettiva, la quale ovviamente è condizionata dalla “cultura” (intesa come background di esperienza e sensibilità) di ciascuno di noi. E’ chiaro che ci sono generi fotografici, o meglio, rappresentazioni più articolate e complesse (come per tutte le arti visive, ma non solo …. va bene anche la musica) che possono essere meglio apprezzate e “comprese” solo se si ha un certo approfondimento o, più brutalmente, “cultura fotografica”. Faccio un parallelismo con il jazz o la fusion, che rappresentano l’élite della tecnica e della creatività, sebbene possono essere compresi ed apprezzati appieno solamente da una bassa percentuale di persone.
    Ma alla fine non è necessario essere per forza il Pat Metheny della fotografia. I Sex Pistols erano piuttosto “ruvidi” (per usare un eufemismo) tecnicamente, ma hanno segnato una rivoluzione musicale e culturale.
    Un saluto a Paolo (a proposito di bravi “comunicatori”) e sinceri complimenti per la sua rubrica!

  7. Paolo Albertini dice:

    Prima di tutto desidero ringraziare vivamente tutti coloro che sono entrati per due chiacchiere nel Salotto, fornendo la loro visione sui temi sollevati intorno allo scatto di Giuseppe Basile (l’inconsapevole “vittima”).

    Il fatto di essere partiti da una visione “alternativa” di Berlino, offerta ai nostri occhi da Giuseppe Basile, per poi atterrare a metà tra Metheny e Sex Pistols, come attraverso un lungo ed entusiasmante viaggio “onirico”, rappresenta sicuramente un piccolo successo per l’apertura del Salotto. Da una parte sono ben lieto che una discussione “ad ampio raggio” consenta ad esempio di fondere arti diverse (e chi mi conosce sa bene della mia passione per il “mixaggio” tra immagini e musica), dall’altra credo che ci sia stata un’ulteriore conferma del fatto che ci fosse già da tempo la necessità di uscire dai limiti imposti dai confini di Facebook per consentire lo sviluppo di uno scambio a più livelli tra i frequentatori della Gabbia Armonica.

    Ecco dunque che la scelta di doppiare la pagina della nostra piattaforma “social” con un website destinato a conservare nel tempo opere, parole, riflessioni, voci degli Autori e firme autorevoli, si stia rivelando una scelta davvero indovinata… il tempo, come sempre, saprà dire se abbiamo o meno optato per le scelte più giuste.

    Dopo il già segnalato contributo della nostra Paola Palmaroli, il buon Marco Romualdi mette l’accento, in modo decisamente sincero, sull’impossibilità pressoché totale di distaccare noi stessi da ciò che osserviamo, e il suo intervento mi trova quasi totalmente d’accordo. Il “quasi” è riferito al fatto che molto spesso (quasi sempre) è assolutamente naturale accostarsi ad un’opera (sia essa di pittura, scultura, o quant’altro) tentando quanto meno di documentarsi sul progetto dell’Autore, sulle sue intenzioni, sul suo percorso artistico che lo ha portato in un certo momento della vita a concepire quella stessa opera o un gruppo di opere legate da uno stesso “filone espressivo”… in altre parole, per “comprenderla”, il che evidentemente non presuppone alcun obbligo successivo alla sua accettazione aprioristica… (se qualcosa “non mi arriva”, è corretto chiedersi cosa abbia spinto l’Autore a produrre un’opera, così com’è altrettanto comprensibile che tale tesi non ci convinca e si giunga quindi ad un “rifiuto motivato”). Perché mai (e un nostro carissimo amico comune era solito trattare assai spesso questo tema) nel caso della fotografia dovremmo dunque operare diversamente? Forse perché per definizione la Fotografia non può essere considerata Arte (e qui so già in che “cul de sac” mi sono infilato, con un tormentone del genere…)? Oppure per altri motivi, e se del caso quali? Ho così lasciato “ad arte” aperta un’altra domanda, che magari potrà essere nuovamente affrontata in un futuro più o meno prossimo… nel frattempo il cognacchino è sicuramente disponibile, ma ho anche della grappa superiore per chi avesse altri gusti (io consumo pochissimo alcool, dunque il mio mobile bar in genere trabocca di liquori vari che tengo quasi a solo uso e consumo degli ospiti).

    Thanks for your great contribution, Angie, that’s for sure… you moved straight to the point, stating that there’s no real need to align our interpretation with the Author’s intentions… and I believe your arguments are definitely strong enough to adequately support your ideas. I also liked your comments about the photograph conveying the message, despite the photographer… this is very close to the interesting concept about the “Intentio Operis” (I am sure you will easily manage a few latin words… it refers to the meanings somewhat “embedded” into a text, or a photography like in our case, which have not been intentionally put from the Author himself, but can be rather considered “objective” elements derived from the fact that the photo was taken in a well defined moment, in a well defined environment, and so on) expressed from Umberto Eco in his “Limits of Interpretation” booklet.

    Molto interessante anche lo spunto offerto dal nostro Alberto Scacchetti, a proposito del “mezzo” usato per la lettura dell’immagine, che si focalizza sul metodo di fruizione offerto dalle piattaforme “social” e più in generale da tutte le interfacce web attualmente a disposizione. La questione è molto meno “ovvia” di quanto lo stesso Alberto voglia farci credere, ed è per questo che lo ringrazio per averla sollevata. Tra l’altro, a livello di spunti tecnici – ma senza voler assolutamente invadere il territorio dei miei colleghi, questo potrebbe essere un ottimo spunto per il nostro Marco “Fetch” – il fatto di veicolare immagini sempre più spesso in forma digitale, attraverso schermi con caratteristiche anche profondamente diverse tra loro (dai monitor “stand alone” professionali perfettamente calibrati ai tablet, per finire agli smartphone più o meno evoluti), porta alla ribalta un problema di corerenza della lettura “fisica” la cui urgenza è sicuramente assai più immediata di quella “concettuale”: cosa arriva agli occhi di colui che legge, rispetto al file originariamente messo a punto dal suo Autore? Come se non bastasse questo il bravo Alberto ci lancia un’ulteriore provocazione, quando ci fa venire il dubbio che oggi persino gli Autori possano in una misura più o meno ampia concepire opere destinate più alla fruzione su monitor che su carta stampata… un ulteriore, importante elemento sul quale riflettere!

    Il già citato Marco “Fetch” Lano ci dice la sua, e citando le sue stesse parole lo fa per certi versi “alla Sex Pistols”, attraverso posizioni molto dirette… però non trascurerei la digressione di Marco relativamente a quel “background” individuale (io sono sempre un po’ restio nell’uso della parola “cultura”, forse perché se n’è fatto un uso spropositato nel corso degli anni) che inevitabilmente affina la capacità di ognuno di percepire l’opera non più come elemento a sé stante, ma di collocarla sempre più facilmente in un contesto di riferimento più ampio. Ciò, lo ripeto ancora una volta a scanso di equivoci, non già per attribuirle una maggior dignità laddove l’immagine non ne abbia un sua propria, ma per poterne valutare il significato anche in relazione ad un percorso espressivo, ad una corrente, ad uno stile comune con altre opere dello stesso Autore o di altri… e criticarla, se del caso, con più elementi alla mano anziché con il consueto “metro emozionale” di primo livello. Che poi, in taluni casi, il “significante” sia riuscito a trasferire il proprio significato al di là dell’approssimazione tecnica e addirittura a creare una corrente, come nel caso del Punk, non toglie che questo fenomeno sia anch’esso in fondo collegato alla capacità di pochi (almeno all’inizio) di comprendere la reale portata di personaggi, stili e opere che altrimenti sarebbero rimasti confinati nei piccoli club di Londra, per trasformarli in un qualcosa di apprezzato a vario titolo da un pubblico ben più ampio, e scommettere su di essi fino a farne addirittura un’icona generazionale (e un business economico, ovviamente… ma qui esuliamo completamente dai confini di questo Salotto).

    Com’era nelle mie intenzioni, il piacere di suscitare discussioni che possano arricchire vicendevolmente i loro partecipanti, senza necessariamente giungere (ma è forse obbligato farlo?) a conclusioni “assolute”, che probabilmente non esistono neppure, sta guidando positivamente i nostri incontri nel Salotto. Il solo fatto di porsi delle domande senza l’obbligo di darsi risposte univoche, e dunque senza quelle “lotte ideologiche” che sono solitamente devastanti per certi “forum” di fotografia o altro, è alla base di quel relativismo che ormai da molti anni amo praticare per non circondarmi di inutili e fuorvianti certezze. Se poi, come in questo caso, alle mie domande se ne sommano altre, persino più interessanti, sollevate puntualmente dai miei ospiti, non posso che cogliere l’opportunità per ulteriori riflessioni… ma avremo certamente altre immagini per poterle sviluppare insieme.

  8. Alberto dice:

    Si, direi tutti spunti molto interessanti quelli che saltano fuori negli interventi! Sono più o meno d’accordo con Marco Fetch e quindi con Angie, l’immagine arriva a prescindere, se non arriva, punto!!
    Questo lo ritengo generalmente vero, ma tuttavia penso che Paolo volesse provocatoriamente mettere in evidenza anche qualcos’altro! Io credo che “l’ambiente” in cui viene osservata l’immagine abbia una sua valenza! Quando si osservano un certo numero di fotografie con il giusto mezzo e per il tempo adeguato, il ragionamento di Marco, a mio avviso, non fa una grinza, ma quando si viene bombardati da centinaia di immagini giornaliere, immagini che durano il tempo di un “like”, magari su di un piccolo schermo dell’I-PAD, che cosa arriva?!? Non è forse vero, e qui ci vedo la tua provocazione Paolo, che quando un autore è conosciuto l’osservazione si fa più attenta?! Non è forse vero che le foto “più spinte” in contrasto e toni, possono raccogliere una maggiore attenzione? In questo vedo la foto di Basile come un’ottimo spunto di riflessione…se la stessa foto fosse stata postata da mister X, l’avremmo osservata nello stesso modo e soprattutto, con la stessa attenzione??

    • Paolo Albertini dice:

      Hai ragione, Alberto, a sottolineare questo aspetto. In altri ambiti, si parla tecnicamente di “effetto alone” , ossia di quel fenomeno per cui le valutazioni globali su qualcuno (o qualcosa) si estendono ai giudizi sulle singole caratteristiche della persona (o dell’oggetto). E’ dunque innegabile che certe “firme” godano aprioristicamente di maggior credito rispetto ad Autori meno conosciuti o addirittura anonimi, anche perché se ne conoscono lo stile e la personalità attraverso opere già presentate. Un grosso peso, a livello di “social networks”, lo hanno ovviamente anche i sistemi di “referral” legati al numero più o meno ampio di contatti, che finiscono inevitabilmente per dare maggior visibilità a taluni Autori… ma questo, pur essendo un fenomeno che influenza direttamente o indirettamente l’approccio all’immagine, esula tuttavia dalla nostra discussione. Altrettanto vero è il fatto che la proposizione di una enorme massa d’immagini, per lo più destinate – salvo rari casi – ad un rapido consumo visivo, fa sì che il tentativo di farle emergere (“bucare lo schermo”) talvolta faccia operare scelte (tecniche, compositive, cromatiche, di post-produzione) più condizionate dalla necessità di “impressionare” il potenziale spettatore che non da un reale desiderio di comunicare. Nonostante gli esempi siano certamente molto numerosi, eviterei comunque di promuovere pericolose generalizzazioni…

  9. Caro Paolo, permettimi, in primis, i complimenti a Giuseppe, autore che non scopriamo oggi, e che in questo lavoro sta certamente confermando, caso mai bisogno ce ne fosse, le sue qualità.

    Al di la del merito, cioè di questa lettura in particolare, delle interpretazioni e chiavi che si possono trovare qui, in specifico, credo tu tocchi un tema che ha un rilievo in se, come del resto è tua abitudine…

    Come spesso accade, in tutto c’è del vero e del giusto, ma tutto dovrebbe probabilmente avere una qualche misura: spesso, per provocazione e reciproco divertimento, negli scambi con un nostro caro e comune amico, sono solito dire che nella foto di un pollo allo spiedo, non riesco a vedere una metafora del divenire della vita, ma solo… un pollo allo spiedo 🙂
    Concetto estremo e piuttosto sintetico, chiaramente carico di limiti…
    Tuttavia figlio dell’idea che quella misura, oggi, sia piuttosto inconsistente, e il furore esegetico abbia rotto ogni argine.

    Credo anch’io che la lettura che tu definisci “di secondo livello”, in qualsiasi opera d’arte (maggiore o minore poco conta), sia pernicioso non prenderla in considerazione. Tuttavia credo che l’eccesso, che mi pare oggi alquanto diffuso, nell’avvertire una sorta di dovere morale all’interpretazione ad ogni costo, al ritrovamento del “messaggio” più o meno celato, finisca per essere più esiziale che altro.

    Si potrebbe dire: “ma che importa?”. Se felici sono gli esegeti e gratificati gli autori di turno, perchè porsi problemi di questo genere?

    Ecco, io credo che la questione sia articolata, e abbia risvolti di vario genere. Primo fra tutti il diffondersi dell’idea che operare con qualità, lavorando per intenderci come era abituale per ogni artista del passato, sia superfluo e inutile, perchè quel che conta è dare spazio alle emozioni, “esprimere se stessi”.
    Via comoda indubbiamente. Scorciatoia interessante.
    Ma che ritengo possa difficilmente essere foriera di sviluppi qualitativi, anzi, piuttosto, probabile portatrice sana di sempre nuove e poco interessanti espressioni di conformismi….

    Ma si farebbe lunga, e certo avremo altre occasioni!

    Abbraccio, carissimi Paolo e Giuseppe, e complimenti al lavoro di entrambi!

    • Paolo Albertini dice:

      Direi che con i “polli affetti da furore esegetico” abbiamo toccato un vertice pressoché inarrivabile, caro Francesco… ci voleva la tua ironia perché, come sempre, si possa tornare a non prenderci tutti troppo sul serio.

      Parlando di percorsi esegetici “debordanti”, sui quali in diversi casi mi trovi senz’altro d’accordo, non dimenticherei di trattare anche l’altro aspetto della questione: le immagini “caricate” in modo troppo spesso improprio di significati apparenti dal proprio autore, magari perché accompagnate da testi o citazioni che – temo – il più delle volte sono stati abbinati “ex post” alle immagini stesse, quasi a voler dare loro una valenza ulteriore rispetto a quella che sono in grado di esprimere originariamente.

      Se è vero che la ricerca di un significato a tutti i costi ha come arma a doppio taglio quella di perdere talvolta di vista il contenuto “visibile” di un’immagine, credo che entrambi concorderemo sul fatto che anche quest’ultima pratica rischi di creare quasi un effetto contrario in chi si avvicina per leggerla… diffidenza, sensazione di confusione legata all’incoerenza tra testo o immagine, o altro ancora.

      Ben venga dunque un ritorno all’immagine di “qualità”, operazione tutt’altro che superflua e inutile, che possa essere apprezzata “in primis” per ciò che è, e “in secundis” (ma non è obbligatorio) anche per tutto ciò che essa può significare o sottendere.

      Le occasioni per approfondire non mancheranno, caro Francesco, anche in un prossimo futuro… ne sono più che certo. Grazie per il prezioso contributo!

  10. Interessanti dissertazioni. Pur essendo d’accordo sul fatto che discutere su un’immagine stampata sia teoricamente più “giusto”, non possiamo negare che la divulgazione elettronica ci permette di spaziare in ogni dove al fine di aumentare enormemente le nostre conoscenze visive.
    Personalmente trovo un unico neo in questa interessantissima lettura: un dibattito così avrebbe forse meritato un numero più congruo di immagini.
    Dico questo perché credo che un lavoro assuma senz’altro più importanza venendo concepito nel suo insieme.
    Mi sembra di capire infatti, che l’Autore sia proprio orientato a questo tipo di presentazioni, cioè un certo numero di immagini a corredo di un’idea. Non trattandosi quindi di una foto singola scattata quasi per caso, la visione globale, o almeno parziale del lavoro proposto sarebbe più di supporto alla discussione.
    Presa da sola, l’immagine risulta accattivante sia per cromia che per composizione – a me non interessa molto conoscere la parte tecnica – personalmente amo questo genere di immagini e soprattutto, amo le ricerche verso nuove strade. Chiedo scusa all’Autore se non ne conosco il lavoro pregresso, ma quale occasione migliore di questa per colmare tale lacuna? Complimenti sia a Giuseppe che a Paolo, ma anche agli intervenuti, mi piace questo modo di affrontare la fotografia…

    • Paolo Albertini dice:

      Un vero piacere averti qui nel Salotto, caro Maurizio, conoscendo la tua notevole esperienza e perizia fotografica (della quale, sono certo, riparleremo prima o poi per un inserimento tra gli Autori presenti nella Galleria della Gabbia Armonica)…

      In realtà l’idea è sempre quella di parlare insieme a degli amici prendendo a spunto una sola immagine, e se ho citato il lavoro di Giuseppe nel suo complesso è stato perché gli abituali frequentatori della Gabbia avevano già avuto modo di vedere altri suoi lavori… e perché, a livello generale, sono ancora oggi fermamente convinto che giudicare un Autore da una sola immagine, piuttosto che attraverso un “percorso” artistico che preveda più di una fermata, sia come pretendere di capire le prestazioni di un’auto facendo un giro di qualche chilometro con il concessionario… magari la prima impressione può anche rivelarsi vera, ma di sicuro è soltanto un lasso di tempo decisamente più ampio quello che occorre per comprendere se abbiamo fatto la scelta giusta in rapporto alle nostre necessità e disponibilità economiche.

      Grazie del tuo commento, sperando di vederne altri anche in un prossimo futuro, caro Maurizio… insieme alle tue immagini, che da sole varrebbero tutta una serie di articoli (non dire che non te l’ho servita su un piatto d’argento…)!

  11. Marco Romualdi dice:

    Paolo, che perfetto ospite…cognac, grappa, certamente anche del ” very very old pure malt” (wisky of course, not wiskey!!!)…ce ne sarebbe per tutti i gusti (oddio, la nostalgia dei dibattiti su gusti meno uno, quella mostra collante del gruppo di Rolà!!!)…come non assecondarti in questo “relativismo” che afferma la primazia (!!!) delle opinioni, più che delle “sentenze”… un bel salto di qualità, finalmente, rispetto a tanti “forum”… bravo, bravi ne La Gabbia a progettare questo… da ultimo (last but not least), Basile merita questo essere spunto di cotanto interesse…anche con una sola foto (se meritevole) si può affrontare il “mondo”…

    • Paolo Albertini dice:

      Prendo le tue graditissime parole come uno spunto a fare sempre meglio, caro Marco… d’altra parte abbiamo capito da tempo che molto spesso i titoli a tutta pagina servono a far vendere i quotidiani, mentre all’interno degli articoli (di fotografia o altro) le posizioni sono inevitabilmente meno totalitarie… ma sembra quasi che il “flaming” e il conflitto aiutino a far vendere… ma a vendere cosa?

      Vedi, noi tutti della Gabbia veniamo da un’esperienza di forum, dalla quale ci siamo allontanati non già perché tale forma ci sia del tutto avulsa, ma perché essa – se gestita in modo inopportuno – conduce inevitabilmente alla creazione di gabbie “mentali” e “non armoniche” (un’autocitazione che vorrai perdonarmi)… ecco perché è stato così importante ripartire prima di tutto dalle persone (i fondatori), e poi progressivamente costruire un qualcosa che non perdesse mai i valori condivisi alla base del rapporto tra le persone stesse.

      Le “Rubriche”, in questo senso, rappresentano potenzialmente un ponte di collegamento tra la gestione “a pagina” della Gabbia Armonica e il “formato forum”… un esperimento che abbiamo avviato con successo, ma che un domani potrebbe anche evolvere in qualcosa di diverso (anche sulla base dei riscontri degli utenti).

      Grazie ancora, e per la scelta dei liquori accomodati… io ne ho in quantità industriale, consumando pochissimo alcool, e dunque cosa meglio dell’offrire di tutto e di più agli amici del Salotto?

  12. Giuseppe Basile dice:

    senza dubbio affinché una foto venga presa in considerazione é d’obbligo che abbia delle caratteristiche estetiche gradevoli…se no, ci passiamo sopra e amen. Buonasera a tutti e un buonasera particolare a te,Paolo…. grazie dell’invito e del cognacchino 🙂
    In questa foto, la struttura supermoderna della Hauptbahnhof piú le gru,che oramai sono da anni ospiti permanenti di Berlino,mi hanno stimolato a voler racchiudere in un frame una Berlino in divenire.Questo é quello che io in quel momento dei due scatti ho provato….che sia riuscito a trasmetterlo anche all’osservatore,non so…e in effetti non é neanche tanto importante. Sono del parere,come giá menzionato da alcuni in precedenti commenti, che ogni osservatore porti la propria storia,la propria sensibilitá e quindi la sua propria lettura. A volte si fanno anche scatti senza un particolare perché (perlomeno cosí pensiamo noi)….eppure tanti cercano poi di darne una lettura.L’inconscio in azione ?
    Paolo, a parte il cognacchino,ce l’avresti un grappino per me ? grazie 🙂 e un affettuoso saluto.

    • Marco Romualdi dice:

      “A volte si fanno anche scatti senza un particolare perché (perlomeno cosí pensiamo noi)….eppure tanti cercano poi di darne una lettura…”
      Basile, condivido e condividerò (nel senso che ne farò uno statement su Facebook).
      A proposito, io sono uno di quelli che poi pretendo di leggere gli altri …ma non è inconscio, anzi è proprio conscio in azione!!! e il Salotto mi sembra proprio appropriato a verificare la consapevolezza del voler leggere…

    • Paolo Albertini dice:

      Grazie a te, Giuseppe, per aver fatto da “apripista”… e per aver idealmente “chiuso il cerchio” su questa bella discussione. La tua “visione” di Berlino si unisce ai tanti sentimenti più o meno personali che essa ha suscitato in ognuno di noi, e il quadro che ne esce fuori va sicuramente molto al di là delle tue intenzioni iniziali… credo sia giusto così.

      Quanti spunti, “sulla” e “al di la della” tua immagine… neppure io pensavo di immaginarli tutti, anche se sotto sotto ho cercato di provocare qualche reazione proprio per arrivare a questo punto… ovviamente occorrono immagini che si prestino ad una discussione aperta, e devo dire che la tua era sicuramente idonea per questo scopo!

      Quanto ai liquori, puoi stare tranquillo: di grappa ne ho in quantità industriale, accomodati pure… e nel frattempo ti saluto molto cordialmente!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *