God save the Queen! ….. Sua Maestà … la M3

Figura8

Ok, forza e coraggio! Lingua cartonata, salivazione azzerata, sudorazione a mille…

E’ il momento di buttar giù due righe su Sua Maestà la Leica, e più precisamente sulla M3 del ’56, con l’avvertenza che basta aggiungere l’esposimetro e un sensore digitale per riassumere tutti successivi i modelli fino ai giorni nostri.

Del resto, quando produci un capolavoro, poi è difficile migliorarlo, no?

Sì, va bene, la sento già l’obiezione: la M5, allora?

La M5, uscita negli anni ’70, per molti che era la migliore di tutte, ma era anche bruttarella, più grossa, diversa … Il mercato non la capì, e finì su un binario morto. Peccato.

Figura1

Figura2

Figura 1: ecco la M3 in tutto il suo splendore.  Figura 2: Ed ecco “il brutto anatroccolo”: la razionale e pratica M5, l’incompresa

Bene, possiamo cominciare: sappiamo tutti com’è fatta, no?

Un mattoncino piccolo e pesante, un bel mirino con le cornicette per le varie focali, un otturatore silenziosissimo, e ottiche da paura.

In fondo, cos’altro serve? C’è tutto l’essenziale, e solo l’essenziale. Lo zen e l’arte della fotografia. Ogni decisione è demandata al fotografo, ogni colpa e ogni merito, sono solo suoi…

Tutto qui? Hmm… Non basta per creare il mito.

Cos’aveva di speciale la M3 per farne “la” fotocamera per eccellenza?

L’archetipo, il massimo comune denominatore di tutte le fotocamere da lì in poi? (ok,  quasi tutte, di questo ne riparleremo).

Tre cose ben definite:

1) precisione maniacale

2) cura del dettaglio

3) affidabilità.

E una quarta impalpabile, sfuggente e quasi indefinibile, che è l’insieme di sensazioni che si provano nel maneggiarla: chiamiamola “fisicità”.

La prendi in mano e hai la sensazione che sia scavata dal pieno da un blocco unico di metallo: è piccola ma solida e massiccia, e ti sembra di poterla usare come martello per piantare i chiodi (io non lo farei, ma se lo fate son fatti vostri, non venitemi a dire che ve l’ho detto io), la mano destra avvolge con naturalezza il bordo arrotondato, e la sinistra va da sola a reggere l’obiettivo.

Poi carichi l’otturatore e la leva è morbida come il burro e ritorna con la giusta forza, ne’ troppo violentemente, ne’ troppo lentamente. Guardi nel mirino e lo trovi grande e luminoso, metti a fuoco e la ghiera dell’obiettivo è morbida e pastosa, e l’immagine nel mirino è chiara e nitida. Poi scatti, e il suono ti conquista: sommesso ma deciso, “preciso” anche lui. Te ne innamori, e sei fregato!

Perché poi, checché se ne dica, non farai mai foto migliori perché hai una Leica, ma piuttosto, forse, aspetterai di fare foto migliori prima di concederti una Leica.

Prodigio della meccanica o placebo ergonomico, allora?

Corpo e meccanismi interni in ottone quasi immutati dal ’56 ai giorni nostri, meccanismo dell’otturatore a tendine di tela gommata, semplice ma affidabile e silenzioso, e un sistema di messa a fuoco a telemetro delicato ma estremamente preciso che porta l’immagine su un ottimo mirino. Quando uscì era una specie di astronave: il design era innovativo e il mirino avanzatissimo rispetto a qualunque concorrente (focheggiatura e mira senza spostare l’occhio e cornicette “automatiche” a delimitare il campo inquadrato): fu subito un successo, finì in mano ai più famosi fotografi dell’epoca, e divenne l’oggetto del desiderio di qualunque fotografo fino all’avvento della reflex.

Figura3Figura 3: Qui la vediamo a confronto con una moderna mirrorless, l’ottima Fuji x100: l’ispirazione è più che evidente

Figura4Figura 4: E qui insieme ad una sua pronipote digitale: leggermente più ingombrante, e ancora più minimalista

L’hanno usata praticamente tutti i più grandi fotografi di street e di reportage, è stata in guerra, ha scattato per le strade di Parigi e per decenni, per la sua discrezione,  è stata l’unica ammessa a scattare nei tribunali.

Figura5Figura 5: eccola qui tra le capaci mani di Henri Cartier Bresson

Figura6Figura 6: E qui schiacciata contro al naso di Gianni Berengo Gardin

Nata come strumento per professionisti e ricchi amatori, è diventata negli anni un feticcio e un oggetto di moda, con decine di edizioni limitate e versioni personalizzate, ma la storia continua e le Leica odierne per fortuna  sono ancora ottime

e costosissime macchine per fare fotografie.

Insomma…

Figura7Figura 7: Lussuoso giocattolo per sultani annoiati … 

Figura8Figura 8: O elegante e raffinato strumento fotografico?

Come sempre, la risposta è sfumata, e quello che conta è l’uso che se ne fa.

Ancora un’ultima annotazione, poco pertinente, ma concedetemela: il fondatore della Leica, Hernst Leitz, ai tempi del Nazismo era una specie di Schindler ed ha salvato tanta gente. Con una piccola ricerca in rete trovate tutta la storia.

Volevo dirlo, perché anche questa è una bella storia. Anche di più.

Franco Francesconi

Aprile 2014

 

 

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