Del plagio e di altre storie, nel “Salotto” di Paolo Albertini

Lancio con piacere questo tema nel nostro “Salotto”, in parte perché stimolato da alcuni recenti messaggi ricevuti in privato su questo tema, in parte perché – che lo si ammetta o no – osservo come questa “fobia” del plagio fotografico sia un po’ un segno dei nostri tempi, molto spesso anche ben al di là del valore intrinseco attribuibile alle singole opere eventualmente coinvolte.

Premetto che non è questa la sede per parlare diffusamente di “tutela del Diritto d’Autore”, argomento che evidentemente esula dallo scopo di questa rubrica, ma è trattato in modo esaustivo nei numerosi e qualificati testi e articoli ad esso specificatamente dedicati (e ai quali ovviamente rimando per gli opportuni approfondimenti). Con una punta di inevitabile ironia, mi sorprendo tuttavia nell’osservare la pervicacia con la quale molto spesso gli Autori di alcune immagini difendono preventivamente o “ex-post” la paternità delle loro opere, mentre magari siamo tutti ormai convinti della pseudo-legittimità del download “libero” di qualche brano musicale o film da internet… un mistero tutto italiano, potremmo dire, sul quale varrebbe senz’altro la pena di fare più di qualche riflessione!

Se il tema, come si diceva, è divenuto assai “caldo”, soprattutto nell’era del digitale e di Internet, grazie alla facilità con la quale è possibile l’appropriazione, tramite copia totale o parziale, della paternità di un’opera dell’ingegno altrui (secondo la definizione di Wikipedia), la sua storia risale invece a molto tempo prima, se lo stesso Marziale se ne doleva nei propri epigrammi a seguito della concorrenza sleale di un suo rivale. Come dire… i tempi cambiano, ma i difetti dell’uomo restano tali e quali, se mai aggiornandosi attraverso le più recenti tecnologie…

Andre Kertesz

Fig. 1

Man Ray

Fig. 2

Lasciando da parte i Romani più facoltosi, che già intorno al IV secolo a.C. incaricavano abili artisti greci di realizzare pedissequamente copie delle loro statue più famose, talvolta sborsando cifre da capogiro (ma si sa, noi Romani siamo tendenzialmente inclini all’esibizionismo, anche in campo artistico…), cerchiamo di arrivare rapidamente a qualche esempio più vicino ai nostri tempi.

Si veda il caso dell’audacissimo Thomas Karsten (noto per i suoi nudi non esattamente “innocenti”), che riprese in modo inequivocabile [Fig. 1] l’idea già utilizzata da Man Ray diversi anni prima per realizzare la sua celeberrima “Donna-Violoncello” [Fig. 2].

Kathy Grove vs Man Ray

Fig. 3

La stessa opera di Man Ray ci conduce alla scoperta di Kathy Grove, che grazie alla sua abilità come foto-ritoccatrice, riuscì nella seconda metà degli anni ’80 a modificare le immagini di alcuni famosi autori, facendo di fatto “sparire” la figura femminile dagli scatti coinvolti. L’idea della Grove era quella di riprodurre provocatoriamente, proprio grazie alle proprie capacità professionali, il totale disinteresse dimostrato dagli storici nei confronti dei pur significativi successi raccolti dal genere femminile nel corso del tempo. Oltre a Man Ray [Fig. 3], finirono sotto le “forbici” della Grove anche scatti di André Kertesz e Brassaï (rispettivamente Satiric Dance del 1926 e Coppia di amanti in un caffè del 1932), entrambi abilmente “ripuliti” da ogni presenza femminile e terribilmente efficaci nella loro inequivocabile denuncia; il messaggio appare ancora più evidente nell’immagine di Brassaï [Fig. 4], nella quale il gioco di specchi evidenza in modo ancor più drammatico e surreale la falsità di una rappresentazione del mondo dove l’assenza della donna è palesemente inconcepibile.

Kathy Grove vs Brassai

Fig. 4

La stessa Grove, seguendo poi un procedimento del tutto inverso, ritoccò con la consueta abilità la celebre Migrant Mother di Dorothea Lange (immagine peraltro talmente iconica da essere stata ripetutamente oggetto d’ispirazione per diverse opere derivate), trasformando il volto della donna sofferente in uno assai più idealizzato, che potrebbe tranquillamente appartenere ad una modella di Vogue [Fig. 5].

Dorothea Lange vs Kathy Grove

Fig. 5

Gli esempi fin qui citati, e rinvenuti attraverso varie fonti presenti sulla rete, possono tuttavia e a buon titolo ritenersi elaborazioni di carattere creativo dell’opera stessa, e per ciò stesso – senza che questo indichi alcun pregiudizio dei diritti esistenti sull’opera originaria – rientrano nell’ambito della tutela del diritto d’Autore, in quanto modificazioni ed aggiunte che costituiscono un rifacimento sostanziale dell’opera originaria (Avv. Salvo dell’Arte, “Fotografia e Plagio”, documento rinvenuto su Internet). Potremmo ovviamente citare molti altri casi, d’indubbio interesse generale ma senz’altro al di fuori delle finalità di questo articolo.

Veniamo però al punto nodale, e cioè ai casi in cui tout-court l’immagine inserita del suo Autore sia duplicata e resa nuovamente disponibile da terzi al netto di successivi interventi, senza citare il nome dell’autore, o peggio ancora attribuendone la relativa paternità a colui che la pubblica, dunque in modo implicito o esplicito a seconda dei casi. Che il web possieda nel suo DNA il concetto di condivisione (vedi Facebook) è cosa nota e anzi strategicamente vincente per la sua crescita e sopravvivenza, ma è altrettanto vero che l’appropriazione indebita di un’opera, senza l’espresso consenso del suo Autore, contravviene inequivocabilmente alle correnti norme sul diritto d’Autore.

E’ possibile scoprire il plagio, nel settore fotografico? Oggi esistono senz’altro strumenti anche piuttosto sofisticati, che rendono possibile il controllo “trasparente” dell’utilizzo delle proprie opere su Internet. In pratica, all’interno dell’immagine stessa viene inserito un digital watermarking, cioè un sistema di identificazione univoco che offre al tempo stesso due notevoli vantaggi:

  • possibilità di fornire all’utente che osserva l’immagine una serie d’informazioni sull’Autore, al fine di ottenere ad esempio ulteriori elementi sull’opera oppure procedere al suo acquisto, qualunque sia il percorso effettuato per arrivare dall’Autore al fruitore;
  • proteggere la paternità dell’opera anche in caso di copia, cambio di formato, crittografia, manipolazione di vario tipo, crop, compressione o decompressione da parte di terzi.

Quanto sopra esaminato dovrebbe già scoraggiare a sufficienza gli improvvidi utenti che volessero dedicarsi a questa deprecabile pratica, ma più in generale la possibilità (o forse dovremmo meglio dire il rischio) che l’opera “ripassi” sotto gli occhi del legittimo proprietario è ben più che un’evenienza occasionale, soprattutto se gli ambiti d’interesse nei quali operano Autore e responsabile del plagio – com’è plausibile – finiscano inevitabilmente per sovrapporsi. Un ottimo esempio di questo è la pagina FB allegata (si sono omessi per motivi di privacy tutti i riferimenti al relativo proprietario), dove viene presentata senza alcun riferimento una nota opera appartenente a Francesco Merenda, la cui titolarità può essere ambiguamente attribuita al proprietario della pagina stessa (non è riportata neppure la dicitura “taken from the web”, mentre il sistema classifica l’immagine come “Foto di” e il nome dell’autore del plagio). La segnalazione è stata fatta, neppure a dirlo, proprio da altro utente fotografo e conoscente dell’Autore, che ha provveduto prontamente ad informarlo in merito per le eventuali azioni a tutela; si notino i 22 commenti e le ben 4 condivisioni (effettuate da altri utenti ignari, che così facendo hanno però involontariamente “amplificato” il fenomeno) [Fig. 6].

Plagio F. Merenda

Fig. 6

E’ possibile evitare che un’opera sia oggetto di plagio? Come riportato da numerose fonti, si tratta di una battaglia persa in partenza. Certo, una firma o un “disclaimer” rafforzano la volontà di protezione da parte dell’Autore agli occhi di terzi, ma anche in assenza di tali espedienti la tutela del diritto d’Autore può sempre essere legittimamente esercitata, una volta dimostrata la paternità dell’opera. Chi mi conosce sa che non amo vedere firme apposte direttamente sull’immagine, soprattutto se di dimensioni eccessive, ma qualora si decida di optare per questa soluzione (di fatto inutile, tanto per essere chiari, in quanto facilmente eliminabile) è bene scegliere almeno una posizione d’angolo, per garantire la minor invasività possibile. Persone di mia conoscenza, le cui opere sono state ripetutamente oggetto di utilizzi non espressamente autorizzati, sono arrivate a rendere inguardabili le proprie immagini con filigrane apposte su tutta la superficie della foto, con il risultato di mortificare irrimediabilmente il proprio lavoro. Qualcuno in rete ha giustamente notato che ciò equivale di fatto a martellare la propria auto per renderla scarsamente appetibile ai potenziali ladri… lascio al lettore le conclusioni del caso.

E’ ragionevole difendersi dal plagio delle proprie opere? Atteso che gli strumenti per farlo esistono, è chiaro che la risposta ad una simile domanda non possa che essere individuale… ognuno deve evidentemente valutare quante risorse impegnare (in termini di tempo e denaro) per far valere i propri diritti. E al di là delle norme codificate, come molto opportunamente segnalato dall’Avv. Massimo Stefanutti (esperto di Diritto della fotografia e della proprietà intellettuale) all’interno di una sua intervista rilasciata nel Giugno del 2013, esistono codici non scritti che regolano i comportamenti all’interno delle comunità, talvolta ancora più forti del diritto e eccezionalmente anche in contrasto con il dettato di quest’ultimo. Ecco dunque che coloro che violano tali regole non scritte ma condivise da tutti coloro che orbitano all’interno di una comunità, vengono immediatamente identificati come “persone non gradite” e addirittura emarginati, quando non addirittura espulsi da certi contesti (si veda il caso relativamente recente di tesserati appartenenti alla FIAF – Federazione Italiana delle Associazioni Fotografiche – che sono stati radiati a vita dalle competizioni patrocinate dalla Federazione stessa, a causa di episodi di plagio relativi ad opere dichiarate come proprie).

Vorrei tirare qualche conclusione sulla base di quanto fin qui esaminato. Un Autore non è soltanto rappresentato dalle sue immagini, ma in modo molto più complesso da tutto ciò che lo identifica e lo rende unico agli occhi del suo pubblico: cultura fotografia intesa nel senso più ampio, percorso formativo, esperienze maturate, personalità, stile, autorevolezza, capacità nei rapporti interpersonali, carisma. Il plagio, di fronte a tutto questo, rappresenta evidentemente il tentativo mediocre ed effimero di acquisire notorietà, magari anche per pochi istanti, e forse anche di ricavare un illecito ritorno economico, senza possedere la passione, il talento e la creatività del vero Autore. Proprio colui che solo può replicare tutto il processo che l’ha portato a concepire quelle opere, e che da lui non può essere separato.

Accomodatevi sul divano, amici… e grazie per avermi seguito fin qui! A voi la parola, ora, mentre io vado a prendere qualche buona bottiglia per dare inizio alla discussione…

Paolo Albertini

[Le immagini, nel rispetto del diritto d’autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.]

 

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6 risposte a Del plagio e di altre storie, nel “Salotto” di Paolo Albertini

  1. Sempre efficace e godibile, mio caro Paolo.
    Nulla da aggiungere al tuo scritto, se non sottolineare quella tua parte finale, quella tua “qualche conclusione”. Per riflettere sul fatto che, sia che ci si dedichi alla fotografia piuttosto che a più alte espressioni del vivere, dovremmo cercare di non dimenticare mai quel mix di dignità, sensibilità, apparato emotivo e cilturale che determina l’essere, che poco si può copiare, e che è l’unica cosa che davvero vale, e significa…. E forse, imparare a dedicare una parte più consistente di noi, alla coltivazione di tutto ciò.

  2. Paolo Albertini dice:

    Proprio così, caro Francesco… nel ringraziarti per ciò che hai scritto a proposito di questa mia incursione senza pretese nel tema, aggiungo che mai come in certi contesti il concetto che la Fotografia possa essere considerata “lo specchio dell’anima” (un classico luogo comune, proprio uno di quelli dai quali vorremmo spesso rifuggire a tutti i costi) diventa qualcosa di immediatamente reale e percepibile… ha un qualche senso “vivere” fotograficamente con un volto diverso da quello che ci appartiene? Dotarci di un documento d’identità palesemente falso, sperando di appropriarci dell’altrui identità? Sapendo oltretutto che ciò, nella maggior parte dei casi, in fondo non serve assolutamente a nulla, se non a rischiare di gettare alle ortiche proprio quella dignità da te giustamente menzionata nel tuo intervento? Ti saluto molto cordialmente.

  3. Marco Romualdi dice:

    Bene, me lo offri un “goccetto” se ti appaleso una mia posizione anticonformista sull’argomento (peraltro da te disquisito in maniera esemplare)?
    Da quando ho cominciato a frequentare il mondo web per “far conoscere” le mie fotografie, mi sono domandato quali possibilità (concrete, non teoriche sul piano del diritto) ci fossero per tutelarmi da eventuali “appropriazioni indebite”. Nel tempo, mi sono convinto che il tempo (e il denaro) necessario sarebbero eccessivi e allora mi sono convertito ad un principio, solo apparentemente rinunciatario:
    La mia formula è:
    Mancanza di orgoglio? Ma, forse…del resto, chi sono io di tanto importante da dovermi veramente tutelare?
    (Oviamente mi aspetto reprimende varie, ma il”goccetto” vorrei fosse “tutelato”…)

  4. Paolo, e anche Marco….
    Il punto è cosa siamo e qual è il fine della vita nostra.
    Certamente, partendo dal presupposto di non dover mangiare di fotografia (come è il mio caso), il ragionamento ha un certo senso, ma sono convinto che ne abbia qualcuno, anche in condizione opposta.

    Oltre a pensarla in fondo come Marco (mancanza di orgoglio?!? compresa), ovvero, tutele a parte, uno che si “rubi” una mia fotografia deve essere fondamentalmente scemo…. quel che mi farebbe sentire definitivamente miserabile, sarebbe certamente il ricorrere a mezzucci vari (questo o altri) per una briciola di pietosa affermazione in più, nel mondo. Miserabile esito umano, ben al di la della modestissima “sofferenza” derivante dal fatto che chiunque possa appropriarsi di una qualsiasi stupidaggine da me creata.
    Non biasimo chi mette firme ovunque, chi diventa “photographer” perchè tutto il tono cambia, chi prende le proprie precauzioni con vigore, ci mancherebbe. Anzi, massimo del rispetto.
    Semplicemente, come mi pare anche Marco esprima, non è cosa mia 😉
    Besos!
    F

  5. rosa colacoci dice:

    una di quelle foto che avrei voluto fare io … ciao Francesco !!!

  6. Paolo Albertini dice:

    Caro Marco, anche se in ritardo, il “mobile bar” è sempre aperto per gli amici… credimi, la mia posizione (e credo bene anche quella di Francesco Merenda) è del tutto sovrapponibile alla tua, e non certo per mancanza d’orgoglio. Noto per certo molta più mancanza di dignità nel tentare di assumere paternità che non ci appartengono, comportamento al quale se mai conviene rispondere ricorrendo a quei “codici non scritti” ai quali facevo riferimento nell’articolo, e che regolano fin troppo bene le sanzioni morali da applicare in certi casi. E oltre al tuo pensiero condivido appieno le note di Francesco, che vanno oltre la questione del plagio in sé, aprendo piuttosto spiragli di discussione su modo di rapportarsi alla fotografia oggi. Materia, se mai, per un nuovo, futuro articolo… 😉

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