Gavino Idili, Nell’Angolo Di Paola Palmaroli

L’amore consumato, questo il titolo scelto dall’autore per quest’immagine. L’unico aspetto che riconosco avere a che fare con l’amore consumato è l’abuso del termine, del concetto stesso di amore che troviamo usato in ogni dove, con cognizione di causa in questo caso, senza costrutto in molti altri.

Foto di Gavino Idili

Le poesie possiedono a volte la stessa incisività di uno scatto, sono fulminanti per brevità e per la cattura di una verità, sanno racchiudere come in un fotogramma l’essenza di un messaggio, di un emozione preziosa tanto quanto lo è la poetica fotografica di Gavino Idlli.

Vorrei accostare a questo suo scatto una poesia di Saverio Cristiani:
“Amarsi fu
come sporgersi da una vertigine
vincendo il vuoto
per renderlo polvere, acqua
forse terra
dagli orizzonti sfocati
Povere toppe
smascherate
rivelano antichi artifici
e la tela quotidiana
appare sbiadita garza
non più festa
indossare.
L’amore
sai
si logora come veste
troppo usata”

L’impatto con cui l’immagine di Gavino Idili riesce a fendere ogni difesa, ogni costruzione mentale, per diventare semplicemente una di quelle verità che vestono “Amore” senza voler essere definitive od assolute è lo stesso dei versi sopracitati, come lo è il dipinto e la scultura che desidero associare alla sua straordinaria visione!

Sono felice quando incontro immagini scattate da uomini dove un sentimento così complesso ed usurato nel linguaggio sia fotografico che verbale trova finalmente riposo, un senso compiuto semplice e diretto, un “senso”, Questo perché per secoli si è ritenuto fondamentale solo l’aspetto filosofico o biologico dell’amore, che la poetica dei sentimenti fosse appannaggio esclusivo di coloro che erano istruiti, presupponendo un’educazione sentimentale non accessibile al genere femminile. L’altra metà del cielo veniva privata perfino dell’anima, come se le donne fossero in tutto e per tutto solo animali e nulla di più. Le sante, mistiche, dottori delle Chiesa come Santa Caterina da Siena, potevano trattare l’amore divino, quello terreno era sconveniente da usare come argomento di conversazione sia per le sante che per le comuni mortali, più a contatto con il vissuto quotidiano di mogli, madri, figlie, amanti.

Lely Venu,s British Museum

Lely Venu,s British Museum

Ci sono immagini e temi sviscerati da tutti i linguaggi artistici esistenti che paiono privi di un genere definito. La sensibilità maschile declinata in un modo, quella femminile in un altro ne riconoscono ogni aspetto, cambia solo il modo di esprimere “amore” non certo i suoi connotati, i tratti essenziali, Mai sottovalutare le emozioni e le immagini come quella proposta da Gavino. Che un uomo la proponga, la senta e la viva, creandola, è rassicurante e fulminante perché così facendo Gavino inverte i fattori ma non il risultato ottenuto dalla moltiplicazione delle emozioni da lui suscitate. Non bisognerebbe mai spingersi a negare la diversità di genere nella percezione di un sentimento, è una ricchezza comprendere ogni sfumatura degli stessi. In questa differenza sta il segreto sia della fotografia che del linguaggio delle parole, il segreto dell’amore stesso. Quest’immagine porta a guardare ad un sentimento di cui si teme a volte di pronunciare perfino il nome, usurato da luoghi comuni a tal punto da sembrare artificioso trattarlo e logorante riflettere sul suo divenire.

Osservo il sudore che veste come una seconda pelle la giovane donna, le mani ricolme di una grazia antica che tentano di sistemare la camicetta, l’ombra delle stesse sul petto imperlinato, la figura maschile dietro le sue spalle assente prima ancora di essersene andata via. Guardo il volto reclinato verso il basso e di lato, i capelli raccolti leggermente spettinati, tenuti insiemi dal sudore stesso, mi immergo in un pudore che nessun amore consumato può sottrarre, nessun gesto frettoloso e superficiale può annullare o svilire. Mi immergo in un’atmosfera malinconica, sottilmente livida e ne riemergo con stupore, con una gioia soffusa nel cuore da lasciarmi senza fiato. Uno dei momenti più struggenti e vuoti dell’atto amoroso riguarda proprio la consapevolezza della sua avvenuta consumazione, per qualsivoglia motivo tale sensazione assomiglia più ad una sottrazione che ad un’addizione. Ci si divide lo spazio di un letto, perfino le lenzuola sembrano appartenere all’uno od all’altra, nulla è più come prima, la fusione ha prodotto un incantamento che nella sua esplosione si frammenta, deflagra disperdendosi in tanti brandelli di umori ed emozioni. 

L’amore consumato è quello forse che ci fa sentire improvvisamente soli accanto a qualcuno dopo averlo abbracciato, un vuoto disarmante che annichilisce e ci fa affogare nella malinconia più profonda. Dopo aver conosciuto un istante di assoluta appartenenza, di fusione di corpi e di respiri, tutto svanisce e la precedente percezione di due entità ben distinte si riappropria dei suoi spazi, dei tempi e delle modalità di un vissuto che non sembra neppure più nostro, sfuggito alla dita ed alle carezze, coagulato da una vertigine che consuma l’anima. Parlare dell’amore è insidioso e si scivola sempre in discorsi che si librano in cielo o finiscono all’inferno., Questa fotografia invece riesce a scolpire l’istante, come nella statua di Afrodite che ritengo perfetta da accostare a tale visione. L’autore ci fa sentire ancorati alla carne, alle ossa, al sudore, all’odore dei corpi, al fiato corto, al respiro che si paralizza per poi riemergere da quel vuoto appesantito da tali apnee e pronto a rincorrere altri sospiri.

Questa immagine supera la superficie ed i significati che la stessa evoca, si libra in un altro luogo, un dove così personale da essere custodito con cura. Di questa donna resta preservata la grazia sia del corpo che del suo sentire, quella “consumazione” non l’ha depredata dello struggimento dello stessa, un languore che è preziosa memoria di amore, non solo della sua metabolizzazione, piuttosto del suo tocco, delle sensazioni fisiche che lascia al corpo, all’anima. Amore può essere coniugato con passione, con brutalità, con violenza, con disprezzo, con volgarità, con grazia, delicatezza, incanto, tutto può far parte di amore, anche questo volto di donna simile ad una dea antica, di quelle che dovevano districarsi tra tradimenti e promesse, tra guerre e destini incrociati di uomini e dei.Il volto di donna che avete davanti a voi potrebbe finire per essere la costellazione simbolica di un mito, oppure rimanere semplicemente quello che è, una donna imperlinata di sudore che si sta rivestendo dopo aver avuto un rapporto sessuale. Oppure diventare nell’immaginario collettivo quella tenerezza che nessuna consumazione affrettata e superficiale può sottrarre, solo occultare, mai vincere!

Gavino Idili

Gavino Idili

Ci sono tanti modi per descrivere “amore” questo sicuramente mi rimarrà nel cuore a lungo, appartiene alla visione di un uomo, è un modo di toccare l’anima di chi l’ha vissuto con infinita pietà e dolcezza, è quella carezza mai data alla fine, quella parola mai pronunciata che vorremmo non pesasse così tanto nella nostra memoria, quell’arrivederci morto sulle labbra dopo un bacio, quel sussulto di estasi sciolto nel sudore e divenuto brivido di freddo. Perché di certo l’amore una cosa riesce sempre a fare: a farci sentire l’abbraccio della morte mentre la vita si dimena per sottrarvisi, un pugno nello stomaco inferto dall’energia vitale che sfida a duello un corpo consumato dal vuoto assoluto, dal nulla, ruggine di se stesso, un appassire che è disfacimento assoluto di sentimenti e di coscienza. L’autore di quest’immagine ha resuscitato una malinconia che è preziosa quanto lo è amore, l’ha resa una carezza infinita, un medicamento miracoloso, un atto d’amore generoso. Una promessa da mantenere e mai rigettata dopo aver soddisfatto un desiderio fisico, un volto di donna mai privato del calore colmo di un sudore che gela la pelle ma non il sangue. Il volto ed i gesti della giovane donna raffigurata sono la certezza che esiste altro, che senza essere roboanti ne aulici, si può provare qualcosa di diverso da quella consumazione superficiale! C’è una grazia in lei, la stessa dei versi poetici che introducono questa meravigliosa prova di sensibilità visiva, un tocco di luce che scalda e sotterra i timori di una superficialità devastante.

Un’immagine quella che vi propongo oggi che va fruita giorno dopo giorno come una boccata di ossigeno puro nell’universo dei luoghi comuni su un argomento infinito ed usurato dai pregiudizi, dalle stesse parole. Quando un’immagine è poesia io m’inchino sempre a ringraziare la terra per aver partorito una simile creatività e lucidità d’intenti, dove i confini del tempo e dello spazio sono meno rigidi e la memoria si appropria della pietà e della dolcezza di un istante svestendolo del dolore che lo ha abitato. Grazie Gavino Idili! Con il cuore in mano, grazie!

PP

 

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6 risposte a Gavino Idili, Nell’Angolo Di Paola Palmaroli

  1. Gavino Idili dice:

    Cara Paola, ogni parola che potrei aggiungere mi da l’impressione che vada a disturbare l’atmosfera di poesia e di pura emozione creata dal tuo bellissimo articolo. Portandomi nel tuo “Angolo”, mi hai donato lo spazio del tuo cuore ed il tempo della tua mente e tutto ciò ha valore incommensurabile. Mi prendo questo momento per inserirlo nella valigia delle “cose belle”, quelle che la fanno pesare di meno e controbilanciano l’altra…e con entrambe ma con qualcosa in più, riprendo il mio cammino. Grazie Paola, ti abbraccio.

    • Paola Palmaroli dice:

      Grazie Gavino, ricambio, grazie alle tue immagini la mia di valigia è a dir poco ricolma di ciò che di meglio gli esseri umani sanno fare di se stessi prima ancora che dei loro simili! Un saluto!

  2. Carmelo dice:

    un’immagine che suscita non poche emozioni … Essa provoca e permette, allo stesso tempo, un’analisi intrisa di “soggettività interpretativa” lasciano spazio però ad una sensazione di “oggettiva intensità”… La fenomenologia del racconto, (quella di Hegel, quella dialettica) a cura dell’autore Gavino Idili è profonda e arriva ad toccare i sentimenti più misteriosi dell’animo umano … il suo percorso lascia “segni”… Struggente, poi, il commento di Paola Palmaroli che, come sempre, impreziosisce la narrazione fino al punto di trasformarla in poesia … poesia pura

  3. Carmelo Strano dice:

    errata corrige nel soprastante commento: … “soggettività interpretativa” lasciando spazio però …

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