Laura Zambelli, In Bianconero.

 
Il bianconero è forma, luce, texture.
 

Espressione, questa, non mia naturalmente. Presa a prestito come idea condivisibile, come punto di partenza per una piccola riflessione sul monocromatico. Insieme a questa splendida immagine, di Laura Zambelli.

Foto di Laura Zambelli

La forma: nel colore, gli accostamenti cromatici sono un ovvio separatore degli elementi, e ll nostra memoria riesce quindi a collocare quasi tutto efficacemente, in quanto già visto e vissuto, con relativa semplicità e immediatezza. Il monocromatico è differente, e non aiuta, in questo senso, la nostra memoria: ecco perchè forme più elementari, essenziali, chiare, sono di solito utili all’efficacia di una fotografia in bianconero, laddove invece, di norma, la confusione ne è la peggior nemica.

Luce: la fotografia E’ luce, e non è certo soltanto il monocromatico ad averne necessità. Tuttavia, per le stesse ragioni indicate sopra, una buona definizione dei volumi, una chiara separazione tra luci e ombre, una collocazione efficace degli elementi nello spazio, sono il vero quid del bianconero di qualità. Ed è solo attraverso un uso appropriato della luce, che possiamo “guidare” questi fattori verso le nostre intenzioni espressive.

Texture: in un’immagine colorata, un bel tappeto rosso è certamente in grado di colpirci con la giusta energia. Ma quando abbiamo a disposizione soltanto una scala di grigi, la faccenda è più spinosa: un’ampia area bianca, nera o grigia, sostanzialmente vuota, overo priva appunto di quel movimento variante che possiamo chiamare texture (sia la trama di un tessuto, il movimento delle onde o la rugosità di un muro), probabilmente determinerà in molti casi un’immagine piatta e insignificante (natutralmente con le dovute eccezioni, ad esempio nel caso di fotografie connotate da un forte grafismo).

L’immagine che incontriamo oggi, di Laura Zambelli, autrice di grandissima capacità che assai spesso ci ha regalato immagini da trattenere nella memoria, riesce probabilmente a esprimere in modo esemplare le idee fin qui esposte.

Sul piano formale, il piccolo albero si staglia in modo chiaro e netto, riconoscibilissimo per contorni che la nostra memoria, inevitabilmente, ha ben immagazzinato nel corso della vita. E non è peraltro collocato nel fotogramma in modo da potersi confondere, sovrapporre o mescolare con altri elementi di varia significanza. Emerge, chiaro e netto, e immediatamente ci parla e ci cattura.

Circa la luce, evidentemente l’acqua risulta fortemente più luminosa delle aree di terra. Questo, oltre a contribuire alla buona definizione delle forme presenti, come abbiamo già detto, determina un efficace equilibrio dinamico, ovvero una calibrazione dei “pesi” (zone chiare e scure del fotogramma) capace di risultare apprezzabile per propozioni e garantire un ottimo dinamismo alla scena. Ragionevolmente, possiamo supporre che se l’inquadratura prevedesse una equivalenza delle due zone, l’impressione finale risulterebbe decisamente più statica, più noiosa.

Texture: un lavoro attento sulle ombre, soprattutto nella parte bassa, volto a mantenere leggibilità sufficiente del dettaglio, a scandire adeguatamente l’aspetto materico della roccia, è fondamentale per mantenere viva l’immagine. E la stessa acqua, dove pur troviamo singole parti che possiamo identificare come “vuote”, presenta una varianza tonale complessiva, un’alternanza di grigi cioè, capace di restituircela come tutt’altro che piatta, immobile, insignificante.

Indubbiamente altri sono gli aspetti che, infine, determinano la qualità significante di questo scatto. E non riferire della poesia che è in grado di esprimere è quasi delittuoso…

Ma noi ci fermiamo qui, visto che siamo… “In Bianconero”!

Francesco Merenda, Luglio 2014. Nella Gabbia Armonica.

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