Barbara Marin, Nell’Angolo Di Paola Palmaroli

Perdona me.

Foto di Barbara Marin

Chiedere perdono a noi stessi é l’atto d’amore più grande che possiamo compiere. Barbara Marin : vorrei partire da questo incipit per riflettere su alcuni punti che lo splendido ritratto di Barbara ci invita ad approfondire. Lo sguardo ispirato della modella ed il gesto della sua mano ci inducono a pensare ad un atto di fede verso il senso dell’assoluto ma Barbara va oltre e ci invita a credere e puntare più su noi stessi quell’attenzione quasi dovuta per istinto di sopravvivenza sia alla nostra anima che al nostro corpo.

Cosa risuta più difficile nell’arco di un’intera vita oltre a soddisfare i bisogni primari? Credere in noi stessi, perdonare quel dubbio che attanaglia chiunque prima o poi facendoci inciampare in tutto quello che crediamo, in tutto quello che abbiamo imparato a dare per scontato, perfino noi stessi, i nostri ideali, soprattutto i nostri sentimenti. Cosa potrebbe esserci di più importante di perdonare se stessi? Solo così è possibile provare indulgenza e pietà verso chi amiamo e sbaglia, scivolando sui nostri sentimenti, sulle nostre vite. Irrimediabilmente sbagliamo tutti, la misura del dolore che procuriamo l’abbiamo sempre a distanza di tempo mai nell’immediatezza delle azioni compiute.

Non è di perdono o di semplice pietà che abbiamo bisogno, è necessario diventare ciò che siamo senza riflettere mai i desideri od i sogni altrui, tuttavia questa libertà è rara, talmente rara che scopriamo di averla perduta quando ne priviamo qualcun altro a noi vicino. Quanti luoghi comuni o proberbi sono stati inventati per riempirci la bocca di banalità, quello che conta veramente non lo diciamo mai, non lo vediamo mai! Non addizionare ne moltiplicare, ne dividire con chi viviamo ciò che siamo, piuttosto sottrarre, arrendersi prima di aver concluso una battaglia od una guerra, coscienti che spesso chi vince perde e chi perde, vince!

Perdonare se stessi sembra apparentemente un autogoal, non è così! La durezza o l’accondiscendenza non si misurano in un’afflizione che cerca di infliggersi pene e fatiche per scontare chissà quali peccati o si perdona sempre o comunque nonostante tutto e tutti! La durezza della vita è una rpeghiera infinita rivolta prima di tutto a se stessi per non tradire mai le proprie aspettative, i propri sogni, i propri ideali. Quando si supera quel confine e si diventa altro da se stessi allora non si può più ritornare indietro sui propri passi, e neppure perdonarci per averlo fatto a volte serve a qualcosa.

E’ utile concedersi il beneficio del dubbio, sapere che ogni sforzo anche se vano va premiato sempre e comunque. Le conseguenze sono davanti ai nostri occhi quando sbagliamo, abbiamo perfino tentato di ovviare a questa delusione inumana credendo con tutte le nostre forze che un dio decidesse di diventare uomo per sconfiggere quel senso del peccato che ci avvelena l’anima dalla notte dei tempi, caricando sulle proprie spalle e nelle ferite della carne tutti, ma proprio tutti, i peccati del mondo! Perdonare se stessi Barbara, che meravigliosa magia sarebbe porre in essere tale carezza verso un Io talmente preso dalla considerazione che ha di se stesso da perdere di vista la propria natura e fragilità, la propria ricchezza e disarmante verità!

Nessuna ipocrisia, nessuna falsità, solo la forza di permettere a chiunque oltre che a noi stessi di sbagliare, almeno una volta, di poter sancire il diritto di sbagliare per poi rinascere come l’araba fenice dalle proprie ceneri. C’è un passaggio di una preghiera che io amo tantissimo che dice: ” ….illuminami, custodiscimi, reggi e governa me che ti fui affidato dalla pietà celeste!” Che la pietà sia un’entità celeste e non umana non avevo dubbi ma che debba addirittura scendere dal cielo per poterci salvare questo mi ha sempre preoccupato come se dessimo per scontato che non abiterà mai i nostri cuori, i giorni e le notti, le azioni ed i pensieri, delegando un’entità superiore a fare ciò che umanamente dovremmo imparare subito appena nati, colpiti da una luce accecante, infreddoliti e posti a testa in giù, trapassati da sondini e da mani gelide che ci staccano dall’unica creatura che abbiamo imparato a conoscere, ponendoci su un giaciglio sterile e freddo pronto ad accogliere le nostre urla, i nostri primi e più faticosi respiri.

Da quel preciso istante dovremmo immaginare ed imparare a comprendere il significato della pietà, quando finalmente ci cingono tra le braccia e ci nutrono senza sballottarci da una stanza all’altra, senza urlare nelle nostre orecchie suoni indefinibili. Peccato dimenticarsi di tutto ciò e farsi divorare dal desiderio compulsivo di giudicare, di condannare, di erigere barricate filosofiche e mentali per abbandonare al suo destino chi sbaglia, qualsiasi errore commetta, chiunque esso/s sia, anche noi stessi, soprattutto noi stessi! Il più grande peccato d’orgoglio che l’espressione nel volto della giovane donna pare abbia vinto.

Grazie Barbara, hai fotografato l’essenza dell’anima, le hai dato dei connotati rpecisi, hai fatto vincere chi ha perso! Un abbraccio amica mia, splendido ritratto!

PP

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