La Sottrazione Della Memoria, Nell’Angolo Di Paola Palmaroli

Foto di Enzo MatteiQuando leggo “guerra” non riesco a pensare ad altro che ad una sottrazione, un aggettivo come giusta o sbagliata non aggiunge nulla anzi, divide! Abbiamo due autori, Enzo Mattei e Francesco Nucciotti, ed un tema: la guerra. Dalle immagini di Enzo Mattei ci possiamo far portare fino ai giorni della Prima Guerra Mondiale, il peggior conflitto a memoria d’uomo dove morirono milioni di soldati ma non fu coinvolta, se non sporadicamente, la popolazione civile. Una guerra di trincea, di logoramento, che continuò anche al ritorno dei reduci, distrutti fisicamente e nella mente, portando con se nel tessuto civile il disagio di essere sopravvissuti a tale orrore e scempio.

Le immagini che potete ammirare sono state eseguite da Enzo Mattei presso il Forte Cherle in provincia di Trento, che ricalca il modello di tutti gli altri forti lungo la linea difensiva con casematte in pietra coperte in cemento dove ci si riparava dalle cannonate nemiche, mentre a distanza di sicurezza si trovavano le cupole dei cannoni e le postazioni di mitragliatrici. Una guerra comporta lo spostamento di immani energie e risorse, smuove le economie di intere nazioni che crescono grazie alle commesse dei vari paesi coinvolti. Si fa il computo dei morti e dei sopravvissuti, dei feriti e mutilati. Nelle immagini di questo fotografo abbiamo i resti di un forte che fu teatro di scontri inimmaginabili.

Foto di Enzo MatteiNell’arco di 21 anni in Europa scoppiarono due conflitti mondiali che si estesero a macchia d’olio. In comune cosa possiedono le immagini di questo autore e la storia di quel primo conflitto e di tutte le guerre di ogni tempo e luogo? I resti sono il denominatore comune, che le fotografie accentuano come quelli di un forte o della terra che conserva i corpi, le ossa, gli oggetti dei soldati morti e sepolti sul campo, i resti delle fondamenta delle trincee come pure del forte ripreso in queste scabre ed essenziali visioni, i resti come la pietra mista alla polvere delle ossa umane, pezzi di cranio o di ossa più lunghe che ancora potete trovare se scavate nelle immediate vicinanze di un evento bellico. La guerra questo lascia ed è su tutto ciò che vorrei soffermarmi insieme a voi grazie alle immagini proposte.

I venti di guerra soffiano continuamente intorno a noi, gli europei dell’area occidentale del nostro continente possono dichiarare che dall’otto maggio 1945 alle ore 23.01 sul loro suolo terminarono le ostilità e la Seconda Guerra Mondiale ebbe fine: da allora in questi territori non si sono più accesi conflitti di tale protata. Abbiamo avuto conflitti in zone apparentemente circoscritte dell’Europa orientale, dai Balcani al Kosovo alla Cecenia all’Ukraina mentre l’Europa occidentale è stata teatro di eventi terroristici di vario ordine e grado, ricordiamo l’IRA, l’ETA, l’OAS. Le riflessioni più struggenti le trovate in un romanzo autobiografico da cui fu tratta un’opera cinematografica: ” Niente di nuvo sul fronte occidentale” scritto da Erich Maria Remarque nel 1929 dove si narrava della Prima Guerra Mondiale, di tutte le generazioni spazzate via in nome di ideali che si nutrivano del loro futuro, di speranze, di progetti, di orgoglio e di pregiudizi, di interessi di ogni ordine e grado tranne quello che fa capo alla vita stessa

Foto di Enzo MatteiL’idea di una croce che rappresenti la fine e l’inizio di un tempo di pace che vediamo nell’immagine di Enzo Mattei, costruita con schegge di bombe è fortemente rappresentativa sia della follia che degli effetti della guerra sui corpi e sulle coscienze umane. Brandelli di memoria per strappare con le unghie una consapevolezza che non renda vana la pace raggiunta, che ci faccia dimenticare il suono delle esplosioni, il buio di una delle notti più lunghe del genere umano, per ben cinque anni sospeso nello spazio concesso dalla morte e dall’odio, privato della sua essenza vitale e del suo divenire. Nei suoi scatti l’autore ha fissato un muta preghiera che toglie il fiato, nel crocefisso ci sono milioni di vite che ancora si dibattono per non morire anche nella nostra memoria, che chiedono di essere lasciati andare dalla nostra nostalgia, dalla nostra rabbia. La fuga prospettica delle nuvole in cielo è struggente, inseguita dalle braccia del Cristo quasi a voler comprendere ed infondere un abbraccio infinito sia ai morti che ai sopravvissuti di ogni guerra.

Una ricerca umana prima ancora che documentativa come quella che troviamo nella visione di Francesco Nucciotti, un’immagine astratta che possiede la forza di una sintesi altrettanto chiara e potente come abbiamo potuto riscontrare nelle immagini precedenti. Laddove avevamo un paesaggio quasi lunare, scarnificato, con i resti di un forte mischiati alle rocce delle montagne vicine, ai resti umani dei soldati ivi sepolti, qui troviamo due linee simili a due eserciti contrapposti, due cesure, due tagli che un chirurgo sembra aver suturato ma con scarsa efficacia, con sangue raggrumato che tenta di fermare un’emorragia ben più imponente di quella ematica. La morte di esseri umani comporta non solo vite spezzate ma pure famiglie, progetti, un futuro privati dei propri connotati, dei suoi protagonisti, della linfa vitale capace di rigenerare giorni, idee, cambiamenti epocali. Quanti pensieri o scoperte sono morti con loro, quanti mutamenti non sono stati messi in atto a causa della loro scomparsa. In quel tessuto rossastro, lacerato e ricucito sommariamente, è inscritta la sintesi di ogni discorso desueto sulla guerra.

Foto di Francesco NucciottiChe sia di ieri o di oggi la guerra non cambia mai negli effetti che produce, mutano solo i luoghi, le date, i nomi e cognomi dei belligeranti, delle nazioni coinvolte, dei fatti inscritti in tale orrore e ferocia. Restano immutati gli atti, la carne umana ridotta a brandelli, l’anima spezzata, la coscienza violentata ed uccisa, le ferite medicate, quelle inguaribili e quelle non visibili che marchiano a fuoco l’anima di un individuo, in un nucleo familiare, in quello storico e collettivo della memoria di una comunità, di un popolo. Enzo e Francesco ci hanno mostrato in modo diverso cosa resta di una guerra, un odio in divenire: macerie, ferite, separazioni, emigrazioni ed immigrazioni forzate di masse di persone, la solitudine di un luogo e la folla che si accalca su sacrari o fazzoletti di terra, su spiagge o sulle profondità abissali di mari e di oceani, per elaborare un lutto che è un dolore privato della sostanza e della carne per tramutarsi in un vuoto a perdere immenso quanto il nulla.

Resta l’amarezza di una reiterazione di atti e di pensieri che la ripetitività rende quasi diabolica e disarmante. La natura umana sembra refrattaria ad apprendere una benchè minima lezione dagli eventi passati. Ci raccontano tante leggende e storie romantiche ma sembra che abbiamo come inscritto nel nostro DNA il bisogno di autodistruggerci, un aspetto della nostra specie animale, cui appertaniamo, raramente riscontrato dagli etologi in altre a noi speculari. Buona visione e grazie agli autori che hanno permesso una rilfessione su venti di guerra che soffiano da tempo immemorabile testimoniando ognuno a proprio modo il senso ed il significato attribuito alla guerra come esperienza individuale e collettiva.

Citando il primo autore, grazie al teatro di guerra, da lui fotografato, che definisce i luoghi del primo conflitto mondiale della storia dell’uomo e, grazie al secondo autore, che ha reso astratti i simboli stessi che visivamente ci conducono a definire in modo preciso i connotati della guerra, entrambi hanno contribuito a darci la loro interpretazione di un comportamento che temiamo in varia misura sia innato e tentiamo con tutte le nostre forze di respingere, di contrastare, di rendere vano e fine a se stesso non riuscendoci mai!

Foto di Francesco NucciottiQualcuno tempo fa mi disse che abbiamo ricevuto in dono come esseri umani la facoltà di amare ma non chi scegliere di amare. Mi sono sempre posta una domanda studiando la storia della specie cui appartengo: cosa ci spinge a a scegliere di legittimare l’odio e la morte usando quasi sempre il plurale ed identificando con estrema precisione a chi rivolgere la nostra aggressività; cosa ci porta invece quando amiamo a pensare declinando al singolare il soggetto o l’oggetto di tale sentimento? Anche nel caso si tratti di ideali, di fede e di visioni avveniristiche quel singolare dovrebbe assumere i connotati del plurale donando a ogni forma e sostanza  una meta da raggiungere!

Grazie Enzo, grazie Francesco, per aver esplorato i meandri più oscuri della nostra anima e del nostro agire, dei sentimenti più contraddittori ed autodistruttivi che ci contraddistinguono, ombre ed oscurità che esplodono ed appartengono in egual misura all’energia vitale ed al calore cui sappiamo dar vita.

PP

Le immagini nell’articolo:

1, 2, 3 di Enzo Mattei

4, 5 di Francesco Nucciotti

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4 risposte a La Sottrazione Della Memoria, Nell’Angolo Di Paola Palmaroli

  1. Uno spunto importante, magari proprio per riflettere su quella “facoltà di amare” che abbiamo ricevuto in dono, tutti, indistintamente…

    Bellissima lettura, come sempre, cara Paola.
    E un complimento sincero agli autori delle immagini, Enzo e Francesco.

    Un abbraccio
    F

  2. roberto dice:

    Come sempre, parole di grande sensibilità che accompagnano le significative foto di Enzo e Francesco.
    <3

  3. Alberto dice:

    Argomenti a cui sono piuttosto sensibile, Paola e che tu hai descritto con la sensibilità che ti contraddistingue!
    Grazie a te e grazie agli autori delle fotografie

  4. Paola Palmaroli dice:

    Grazie a tutti voi amici!

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