Fabrizio Pizzolorusso. Nell’Angolo Di Paola Palmaroli

Da secoli gli esseri umani tentano di catturare il significato ed il senso del tempo che percepiscono attraverso le stagioni e l’avvicendarsi del giorno e della notte.

Foto di Fabrizio Pizzolorusso

Quanti artisti conosciamo, scienziati o filosofi, poeti o musicisti, esploratori od eroi leggendari, Ulisse per tutti, che non abbiano tentato di conquistare, tradurre e far proprio questo concetto, definendone il movimento e l’essenza? Emerge in fotografia come nella scrittura la difficoltà di visualizzare e dar corpo a concetti per descrivere e spiegare il nostro vissuto, il suo fluire in una dimensione temporale e, con il mezzo fotografico realizziamo questo antico bisogno umano catturando non la superficie significante di tale movimento ma la suggestione che ci invia.

Dalla notte dei tempi negli essere umani, che lo hanno percepito come un bisogno ed un mistero, non viene mai meno la consapevolezza che il “tempo” sia il punto di riferimento centrale nella costruzione di ogni loro esperienza e del senso dell’ esistenza. La fotografia non è forse l’estremo tentativo di catturare, fissare e descrivere un istante dilatandolo all’inverosimile? Questo linguaggio visivo non prova forse dar corpo, visualizzando sia la domanda che l’intuizione-risposta che la comprende, ad una riflessione di Sant’Agostino che in modo disarmante sosteneva ” Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede lo so, se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so”! Fotografare un dubbio imbarazzante sull’origine della nostra esistenza e sul fluire della stessa, una dimensione che abbiamo creato a nostra immagine e somiglianza e ci è sfuggita di mano insieme alla nostra stessa evoluzione come specie.

Nell’immagine di Fabrizio il tempo pare fondersi in un riflesso e perdere la sua capacità di essere distinguibile e divisibile in presente, passato e futuro. De Chirico in un suo dipinto mostra un orologio accasciato e pronto a fondersi nel cammino delle sue lancette, queste ultime simili a membra stanche e sfinite dall’uso, ingranaggi microscopici consumati dal desiderio di possedere la luce ed il buio, il giorno e la notte. Nella visione che stiamo osservando, invece, accanto al riflesso del tempo, come simboli dello stesso abbiamo sia l’orologio che una miriade di finestre, sguardi pronti a misurarsi con una dimensione inafferrabile che si dissolve come sabbia fra le dita.

Quest’immagine di Fabrizio possiede concettualmente il potere immaginifico del passato, del presente e del futuro, dimensioni che non vogliono denudarsi ne farci udire la loro voce, perchè sono le domande che noi gli poniamo a farle parlare, non le risposte. . Noi esseri umani siamo costituiti dal tempo e riflettere sulla vita ci porta invariabilmente a pensare alla sua finitezza temporale, ovvero alla morte. Come possiamo vincere il senso del tempo, quello della morte, quel ” tutto scorre” che spesso ci inquieta e fa nascere infinite paure? Provando a fotografarlo? Il tempo non esisterebbe se non fosse percepito o subìto, a volte perde la sua direzione ed il suo orientamento. Abbiamo inventato gli orologi, le meridiane, i calendari, gli orologi atomici, proprio per misurarlo e per avere l’illusione di farlo nostro attraverso uno spazio ben preciso che lo contenga nelle sue infinite successioni, per scomporre l’energia che l’attraversa. Affrontare in fotografia il tema del tempo è un atto coraggioso, smaterializzarlo ancora di più, rifletterlo una vera sfida nella sfida per descriverlo come lo si percepisce e lo si vive.

Noi tutti siamo la nostra memoria ed essa combatte il tempo ferocemente, con tutte le sue forze, tentando di superarlo sublimandolo attraverso l’arte, con il pensiero, grazie a mezzi di trasporto e vie di comunicazione che trasmettono dati e notizie sempre più velocemente; attraverso la cattura di istanti, di emozioni, con la percezione della coscienza di sè e del mondo che ci circonda cristallizzate in uno scatto fotografico. Il concetto di tempo lo abbiamo costruito a misura d’uomo perchè vogliamo far sopravviere di noi stessi solo ciò che non si deforma, non si smaterializza ne si consuma, e la scienza ha avuto il coraggio di penetrarne l’essenza per trasformarla in energia, per definirne il moto e la direzione. Chiamiamo “anima” ciò che sentiamo permanente, ovvero una parte di quell’essere che vince una delle battaglie più combattute dal corpo e dalle emozioni, per lasciare dietro di sè energia e non solo ossa, polvere, ingranaggi simili in tutto e per tutto a quelli di un orologio.

Come in una clessidra, dove la sabbia scivola lentamente in un pozzo apparentemente senza fondo, così gli esseri umani cercano di svuotare la percezione di se stessi da ogni dimensione, liberandola dal fattore tempo. Tutto questo ed altro ancora l’autore dello scatto che sto ammirando ha evocato, chiedendo alle geometrie ed ai volumi deformati dal riflesso, fissati mirabilmente nella sua visione, di essere quel presente abitato dal passato e dal futuro. L’orizzonte della nostra vita è contenuto in questo fotogramma, parti inafferrabili del tempo che paiono dissolversi. Passato e futuro qui sembrano appartenere al nulla perchè l’uno non è più e, l’altro non è ancora.

Tuttavia il passato è un accumulo nella nostra memoria dell’esperienza della vita, mentre il futuro è l’apertura e la scoperta di un orizzonte che comprende il nostro agire, ovvero il nostro continuo rapportarci al mondo secondo i nostri bisogni, paure, speranze. Osservo un orologio che nel riflesso si sta scomponendo e sciogliendo. così facendo colgo il presente , un punto privo di estensione, privo di permanenza e di stabilità,. ingenuamente pronto ad essere vissuto per quello che è, un semplice “istante”, la fotografia di un tutto che scorre attraverso l’attimo che lo definisce e lo descrive.. Siamo pronti a vincere paure e sfide ancestrali nei confronti dell’esistenza, grazie all’illusione di poter cogliere il senso di quell’infinito ticchettio che il tempo possiede in sè e ci fa sentire vivi e pulsanti come un cuore che batte.

Un tempo di cui riconosciamo la voce che, in un orologio trova il suo stumento più affascinante di misurazione, capace di dar corpo ed anima ad un flusso, ad un tutto che scorre in modo indissolubile: la vita! Quanti miti e leggende che narrano del fattore “Tempo” e dell’unico mondo a lui proibito come accesso, quello dei “sogni”! Conosciamo quel che resta di un vaso, caduto a terra per la curiosità di una donna, Pandora, pronto a liberare tutti mali del mondo, mentre la speranza diventa una funzione del tempo stesso, una sua accelerazione, un dono pietoso concesso dagli dei alle loro creature più disobbedienti! Ognuno di noi durante la vita cerca le sue risposte alle domande: ” In che tempo sono ora e che cosa significa tutto questo per me!”

Grazie Fabrizio per averci fatto conoscere la tua di risposta, attraverso una visione di rara forza e fascino. Emozionante la tua, nostra ricerca!

PP

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