Paola Santoriello e Mimmo Disamistade. Nell’Angolo Di Paola Palmaroli

Foto di Paola SantorielloLe emozioni possono essere declinate da innumerevoli linguaggi, la fotografia è uno di questi.

Possiamo ascoltare le relazioni e gli studi di biologi, neurofisiologi, antropologi, sociologi, storici, chimici, filosofi, qualsiasi esponente delle scienze umanistiche per capire chi siamo e poi scoprire che due immagini come quelle proposte dai due autori che sto proponendovi leggere insieme con me contengano la sintesin perfetta di tutte le domande che ci poniamo da millenni.

“Chi siamo? Dove stiamo andando? Cosa vogliamo? Perchè siamo qui?” Da dove veniamo! I bambini appena imparano a parlare usano il “perchè” come un’arma abilmente usata per mettere a disagio gli adulti che si sentono sotto pressione e sotto esame.. Gli adulti e non solo i genitori non vanno entusiasti per il ” Perchè” gli preferiscono al massimo il ” Come?”. I vecchi sono più salomonici e finiscono per privilegiare il ” Quando?”

In queste due immagini ci sono tutte le età dell’uomo, sono evidenziati sia i punti di forza come pure tutta la fragilità di cui sono costituite. Da bambini si dipende dalla visione altrui, da quella della propria famiglia. Degli adulti, ci fidiamo più o meno ciecamente, siamo loro riconoscenti per l’energia spesa a farci diventare autonomi, imparando a camminare od a nutrirci, elaborando le esperienze, memorizzandole, facendole nostre per poi trasmetterle una volta cresciuti, una catena infinita necessaria alla specie umana per evolvere e migliorare le proprie capacità.

Da adulti si realizza ciò che conta per noi, tentando di appagare allo stesso tempo le aspettative altrui, che siano compagni di vita, di lavoro, di una comunità cui decidiamo di appartenere partecipando attivamente alla sua evoluzione, che sia la famiglia, non smettiamo mai di prendere in considerazione ogni aspetto dell’umano sentire. L’evoluzione del corpo umano non va di pari passo con quella del cervello e del pensiero o delle conquiste scientifiche degli ultimi due secoli.

Ci sono ritmi ed equilibri diversissimi che devono essere tenuti in considerazione, come quando si scatta una foto, quando si studia la luce, i tempi di esposizione, i filtri o gli obiettivi da usare, il colore od il bianco e nero da scegliere , la scena da comporre. Non facciamo fatica ad imparare a fotografare, scegliamo un mezzo e lo facciamo nostro, applicandoci con fervore e passione ma quando si tratta di esprimere dei sentimenti, di scegliere forme e spazi che faranno della nostra esistenza una figura geometrica più o meno distinguibile e perfetta nelle intenzioni allora siamo come disarmati ed inaspettatamente titubanti.

Tentiamo di ovviare all’imprevedibilità di ogni nuovo giorno con una programmazione meticolosa delle ore che li compongono, dei minuti che li determinano, dei secondi che li fissano e li fanno fluire come l’acqua da una sorgente al mare. Sublimiamo nella fotografia scelte che non sono facili da prendere velocemente, mentre con il mezzo fotografico è più immediata la risposta alle nostre domande, alle nostre visioni e percezioni.

Con l’esistenza e tutte le sua variabili dipendenti ed indipendenti ciò non è possibile nonostante tutti gli sforzi per organizzarla e comprimerla in settori precisi, in ambiti talmente ristretti e specifici da risultare divisibile e moltiplicabile. Anche a teatro facciamo la stessa cosa, recitiamo situazioni che nella vita reale non hanno un copione, sublimiamo sentimenti e scelte per meglio capire se siano universali le azioni che ne conseguono e li animano o se debbano essere risolti come semplici addizioni o sottrazioni, di volta in colta adattandoci. Le emozioni di chi amiamo sono importanti, a volte pure soffocanti, ma sempre vitali per riconoscere e definire le nostre, per poterle esprimere compiutamente e con la sicurezza necessaria.

Quando decidiamo di percorrere insieme a qualcuno un tratto di strada o di vita non sappiamo quanto durerà, proviamo pure ad immaginarlo, a programmarlo ma non sappiamo di certo se avremo il privilegio di invecchiare accanto a quella persona, se creando una famiglia riusciremo a moltiplicare “i pani ed i pesci” che nutrono le nostre migliori intenzioni. In questi due scatti tutti i soggetti sono ripresi di schiena, possiamo identificarci in essi, in qualcuno che ricordiamo o che abbiamo incontrato, possiamo ritrovarvi le nostre scelte e riconoscere il nostro destino, di certo fanno riflettere ed emozionano.

Rappresentano la natura umana nel suo divenire. Bellissimo lo scatto in cui il bambino se ne va per conto suo verso l’albero mentre i due genitori sono concentrati in se stessi. Sono insieme eppure anche separati nello spazio e nel tempo definiti dallo scatto. I due vecchi invece paiono sostenersi a vicenda e voler a tutti i costi essere insieme in quella parte del loro cammino, sono più dipendenti l’uno dall’altro, hanno deciso in tal senso e camminano sostenendosi fisicamente e psicologicamente.

Foto di Mimmo Disamistade

Gli adulti ed il bambino hanno intorno a loro ” tempo” e ” spazio” e credono di poterne usufruire liberamente, possono permettersi di concentrarsi in se stessi, di essere parte di una famiglia e non “la famiglia”. Hanno ruoli da seguire, la madre, il padre, il figlio, hanno impegni da onorare, da eseguire giornalmente. Si devono alzare ogni mattina dal letto ed arrivare a sera rispettando un calendario che non sta scritto da nessuna parte se non dentro di loro.

Organizzano la propria vita in funzione di mete comuni o singolarmente predefinite, vorrebbero misurare e soppesare ogni passo compiuto, sono felici di avere dei punti fissi cui far riferimento. La famiglia è uno di questi obiettivi, non l’unico piuttosto uno dei più scelti. La coppia e la sua crescita è un altro punto saldo cui riferirsi, viene declinata in mille varianti ma in quel ” doppio” tenta di realizzare una collaborazione capace di farci sentire meno soli, più sicuri di noi stessi e degli altri che insieme a noi scelgono di vivere.

Come i marinai un tempo avevano nel cielo le stelle come punti di riferimento per navigare o ritrovare la rotta di casa così gli esseri umani ad ogni età scelgono quali rotte seguire, dove dirigersi e come farlo e, ciò porta invariabilmente a spendersi sia come energie intellettuali che come sentimenti ed emozioni. Struggente in queste due foto la simbologia usata per definire tali mete. un giardino simile a quello dell’Eden con in più un cucciolo d’uomo che nel mito originale non era presente.

Commovente la postura della coppia anziana che ci invia un messaggio propositivo: invecchiare significa condividere finalmente non solo un tempo ed uno spazio più dilatati ma, pure la parte migliore di noi stessi comprensiva dei propri limiti e delle proprie fragilità. Amo queste due immagini perchè contengono l’universo umano cui apparteniamo, da quello emozionale a quello che definisce un aspetto della nostra evoluzione come specie e come pensiero. Siamo un agglomerato di cellule che si attribuiscono funzioni specifiche, rimaniamo disarmati di fronte ai pensieri che ci abitano quando mettono in discussione il nostro modo di relazionarci affettivamente parlando. Siamo insicuri più di quanto vogliamo ammettere a noi stessi e lo spirito umano vorremmo poterlo toccare, vedere, sentire come una stretta di mano, come una voce calda ed amica, come fosse il motore del nostra presenza nello spazio/tempo, dimensioni tanto imprevedibili quanto destabilizzanti perchè indomabili.

Amiamo ritrarre i connotati dei sentimenti umani come pure quelli della natura dei nostri corpi ma spesso ci fermiamo alla loro descrizione e definizione, a quelli altrui, i nostri sono da conservare sottovuoto e spendere con parsimonia, per eccessivo pudore o per paura. L’invecchiamento ci intimorisce, è da poco più di una generazione che nel mondo occidentale la possibilità di invecchiare è una conquista certa e da valutare come effetti sociali a lungo termine, psicologicamente da ridefinire, perchè le donne in particolare insieme agli uomini possono ora raggiungere  il secolo di vita. Non siamo mai stati vecchi a lungo, erano pochi coloro che riuscivano ad invecchiare in passato. Non c’erano le condizioni adatte per superare fame, guerre, infezioni, ed arrivare ad essere vecchi, sani, pronti a vivere una terza, quarta fase dell’esistenza reinventandola, indipendenti economicamente e con tutte le possibilità di realizzarsi confermando la possibilità di continuare a crescere evolvendo come individui sia da un punto di vista sociale che affettivo.

Ora ci permettiamo il lusso di crescere i figli dei nostri figli, mentre da giovani siamo troppo indaffarati a lavorare, a guadagnare posizioni sociali e sicurezza economica. Da vecchi alcuni scoprono di essere perfino liberi di amare di nuovo, di mettersi in discussione senza aver più il dictat di assolvere solo doveri od impegni personali e sociali. Ci si può fermare, guardare chi abbiamo accanto e godersi il tempo a propria misura e volontà.

La fragilità della vecchiaia è compensata, quando le condizioni economiche e la buona salute lo permettono, da una maggiore libertà di movimento e di scelte, da minori responsabilità cui assolvere. Da giovani pensiamo di poter contenere nelle nostre mani e conquistare ogni aspetto del mondo che ci circonda, un meraviglioso sogno ad occhi aperti perseguito con tenacia ad ogni risveglio, giorno dopo giorno. Ci ficchiamo a capofitto in avventure, imprese quotidiane meno appariscenti ma ugualmente importanti e ricche di colpi di scena, pensiamo di poter far tutto ed il contrario di tutto, decidiamo se creare un nucleo familiare una o più volte, la fine di un’esperienza non preclude la nascita di altre possibilità.

La capacità di provare sentimenti e di sublimarli ci rende a volte speciali ed unici, a volte inguaribilmente disarmanti per la ripetitività con cui sbagliamo. Impariamo ad usare le gambe per camminare ma con le emozioni non è la stessa cosa perchè mutano pelle e struttura cambiando perfino i connotati del nostro sentire. La differenza sta in cosa riteniamo importante oppure relativo, meno vincolante. Siamo pronti ogni volta che lo riteniamo necessario a cambiare le regole, le carte in tavola, sappiamo che possiamo permettercelo e lo facciamo come fanno i bambini quando giocano e vogliono sempre vincere, stabilendo nuove norme per avvantaggiarsi come singoli individui o come gruppo.

Alcuni desidererebbero stabilire perfino l’ambito ed i tempi precisi in cui esprimere e costruire la propria vita affettiva, dandosi delle scadenze temporali, il famoso orologio biologico, altri si pongono dei confini da rispettare, delle regole e delle norme ben precise da seguire, altri ancora preferiscono improvvisare e si sentono più realizzati a decidere di volta in volta come essere e sentire, come agire e relazionarsi, perchè ogni individuo incontrato e che incontra è diverso dall’altro, non solo per le impronte digitali piuttosto per quel tipo di impronte che le emozioni vestono, lasciando segni indelebili, tatuaggi o cicatrici. Siamo geneticamente modificabili nel corpo come nel pensiero, stiamo inseguendo tali variazioni affamati di emozioni. Un salto generazionale che nelle due fotografie ci vede sia separati che uniti, di sicuro pronti a metterci in gioco se necessario, come pure ad implodere per la paura e per la fatica di stare al passo con tali sommovimenti interiori di enormi proporzioni, con finalità che cambiano la linea dell’orizzonte e quella più intima e privata.

L’universalità di alcune emozioni e di determinati sentimenti è ascrivibile al bisogno di certezze che in questo ambito sono difficili da fissare e trattenere. Spesso facciamo finta che tali punti fermi siano realizzabili e controllabili ma non lo sono. Si può controllare la luce quando si scatta ma non quando si ama, i toni delle ombre e la composizione di una scena non è sempre facile da stabilire quando sono in gioco i sentimenti umani, molte variabili indipendenti costituiscono la vera differenza tra ciò che è realizzabile e ciò che non lo sarà mai.

Tentiamo di creare un’agenda, un “pro-memoria” di emozioni, fissare per poi distinguere quello che è rintracciabile da ciò che non lo è,  per sciogliere dubbi, luoghi comuni, per reinventarle quando è possibile, per proteggerle e rispettarle quando qualcuno le mette in discussione, per capirne la natura così variabile, per dar loro la possibilità di esprimersi, di raccontarsi e noi di rifletterci in esse.

Tutto ciò il linguaggio fotografico riesce ad ottenerlo, fotogrammi, istanti, composizioni scelte sia al momento che a priori, pronte ad illuderci, e neppure poi tanto, che sia possibile definire al meglio i sentimenti quando si stanno manifestando, perchè  riteniamo che siano più sinceri nella loro immediatezza. Una meta che ha del sovrumano, che il pensiero per sua stessa natura a volte rifugge ma poi ci riproviamo sempre a toccare, vedere, sentire il senso del buio, quello della luce, e riconoscerci in essi! Nostra vorremmo ogni storia incontrata, anche fotograficamente, desiderando fissarla in un’immagine per raccontarla, farla nostra. La fotografia ci riesce, emoziona, raccoglie ogni sfida,

Grazie Mimmo. Grazie Paola.

PP

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