Aprile 2016. Una Serata Padovana

Francesco Merenda si racconta tramite la fotografia
22 aprile 2016, Serata d’autore, Gruppo Fotografico “La Barchessa”, Limena (PD)

22 aprile 2016. Foto di Michela Checchetto


Di Michela Checchetto

Sono passate da poco le 21 di un venerdì sera dal tempo incerto e, in quel di Limena, la sala dove accoglie i suoi ospiti il Gruppo fotografico La Barchessa, Benemerito della Fotografia Artistica (la FIAF assegna anche questi titoli 😉 ), è già gremita di persone. Si preannunciano posti in piedi. Il chiacchiericcio che aleggia in sala raccoglie anche qualche “Ma è lui Merenda?”. E Merenda è proprio quello che si aggira discretamente tra i tanti salutando i nuovi arrivati e poi, infine, soffermandosi a verificare con Stefano le ultime tarature del sistema di proiezione.

Pochi minuti ancora e si andrà ad iniziare ma non prima che il Presidente de “La Barchessa”, Roberto Antelo, introduca come si conviene il nostro Francesco. La presentazione è assai lusinghiera e la platea ora è molto incuriosita  e desiderosa di assistere alla proiezione.

22 aprile 2016. Foto di Michela ChecchettoAncor di più lo diviene dopo aver sentito parlare l’autore ospite che riassume il suo percorso fotografico iniziato in giovanissima età sperimentando la magia della camera oscura. Francesco è un affabulatore e già questo suo raccontare e raccontarsi ammalia e in qualche modo seduce chi lo ascolta. Ma ecco che accade. Si spengono le luci. Qualche istante di suspance. Scorrono le prime immagini dell’audiovisivo.

Si tratta di “Desert Song”: un viaggio in bianco e nero che sa riportare tutti i colori dell’Africa, delle sue tradizioni, dei volti scavati dal sole e da un vivere che si adatta al clima ed ad una terra arida ma non certo di emozioni e di suggestioni. La musica è ammiccante, una ritmica coinvolgente diviene coprotagonista assieme alle immagini. Spontaneo nasce l’applauso: Francesco ha rotto il ghiaccio, spazzato la diffidenza del “primo incontro”. Le parole che seguono raccontano questa sua esperienzialità nel viaggiare (anche) in terre straniere e nel fissare fotograficamente le impressioni di vissuti altrui che si fanno fortemente personali.

22 aprile 2016. Foto di Michela ChecchettoTutto ciò ad introdurre il suo secondo lavoro: “After The Wall”. La sala assiste in silenzio alla proiezione nella quale immagini di una Berlino senza tempo raccontano la sua difficoltà di riappropriarsi di un presente che rimane comunque fortemente ancorato ad un muro che permane quale eidolon di un passato che stenta ad essere sé stesso. Effetti e transizioni enfatizzano le immagini, sempre declinate in uno splendido bianco e nero, che arrivano a chi guarda in un coinvolgimento emozionalmente intenso e veicolato anche dalla colonna sonora che segna l’incedere pesante e stanco (ma mai vinto) dei personaggi che popolano le immagini, dei palazzi severi che incorniciano i fotogrammi, dei cenni di leggerezza di una società che cerca di decostruire per ricostruire. L’applauso dura a lungo e l’autore Merenda per tutti diviene Francesco… anche chi non lo conosceva ora ha un’idea di lui e pare proprio che piaccia alquanto.

Si tendono mani per cogliere risposte: l’arte e la fotografia, il sentimento e la passione del racconto fotografico, la tecnicità espressa anche nello sviluppo in camera chiara, l’opportunità o meno di realizzare presentazioni non statiche ma, al di sopra di tutto, permane una considerazione che Francesco esprime con chiarezza e che tutti fanno propria.

22 aprile 2016. Foto di Michela ChecchettoLa fotografia esprime un nostro percorso umano individuale: dovrebbe raccontare ciò che siamo, la nostra “cultura”, la musica che abbiamo ascoltato, i libri che abbiamo letto e chi e cosa abbiamo amato ed amiamo. Ecco allora che fotografare diviene nel tempo un raccontarsi, un raccogliere, ed in qualche modo eternare, pezzi di Vita non solo di chi ritraiamo nei nostri scatti bensì piccoli pezzi di un puzzle che ci rappresentano nel profondo. Quella che mostriamo nelle nostre foto, alla fin fine, è un nostro autoritratto.

Ed ecco che la serata volge al termine e il finale è un gran finale. “Human Breath” è l’ultima proiezione e quando finisce si vorrebbe che non fosse così. Perché dopo questa sequenza di sguardi, di ritratti autentici, di ombre e luci che danno vita a piccoli quadri di umanità… beh non ne hai abbastanza. Già finito? Peccato… Ecco questa è la sensazione che aleggia negli applausi convinti di coloro che hanno apprezzato anche questa ultima presentazione: quasi una allegoria del vivere declinata in volti senza nome ma che, alla fin fine, raccontano tanto di ciascuno di noi, del nostro perderci e ritrovarci in un cammino mai facile che traccia il nostro vivere silhouettato di ombre ma anche di Luce.

L’ultima parte della serata trascorre nell’apprezzare le stampe che l’autore ha portato e si nota chiaramente il piacere fisico-tattile di tanti nel poter vedere e toccare la carta nella quale sono impresse le emozioni visive di Francesco. Io, fotograficamente nata col digitale, assisto ammaliata a queste “carezze” e catturo qua e là pezzettini di conversazioni, di critiche (positive), di frammenti di ricordi snocciolati raccontando un “…quando una volta stampavo in camera oscura”. Mi piace tutto ciò.

22 aprile 2016. Foto di Michela ChecchettoAvverto come sia importante che l’esperienza passata si consegni al presente. Fors’anche perché sono davvero stanca di sentire futili diatribe del genere “è meglio la fotografia analogica o quella digitale?” Beh, stasera tutto ciò non era rilevante. Stasera si è parlato di fotografia quale mezzo comunicazionale, espressione di sé e dell'”altro” che si fa nostro. Mezzo espressivo che nasce dalla voglia di raccontare, di raccontarsi. Questo basta e, direi, avanza anche.

Sono le due di notte, alla serata ufficiale è seguita una lunga chiacchierata tra pochi fuori dal locale… altro regalo di questa serata. La voglia di salutarsi tardava proprio ad arrivare. Dicevo, sono le due di notte, sono in tangenziale diretta verso casa e ripenso alle parole di Francesco, alle immagini che ho visto, alle persone che ho incontrato, a quanto la Fotografia divenga, anche al di fuori del mezzo stesso, uno strumento di comunicazione perché mette a contatto le persone e lo fa in modo talora intimo.

Sto pensando a tutto ciò quando un’auto mi fa l’occhiolino con i fari e mi supera… caspita come corre quello! Ah…era Francesco. Beh, lui ha proprio una marcia in più, dico sorridendo a me stessa…. e accelero.

M.C.

 

22 aprile 2016. Foto di Michela Checchetto

 

 

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