Perchè Fotografare In Bianconero? parte terza

Foto di Caterina Bruzzone

PARTE TERZA

 

“Ed ecco che la cosiddetta realtà reale e quella che ci raggiunge attraverso un’immagine fotografica, si allontanano ineludibilmente, diventando cose altre, se non addirittura totalmente divergenti”

“Ma perché tutto questo, legato in particolar modo alla fotografia monocromatica?”

Così si concludeva la seconda parte di questa chiacchierata sui possibili perché della fotografia in bianconero, lasciando ancora intatta la domanda iniziale…

E a questo punto, posta più di una premessa nelle parti precedenti, è tempo (e ce ne sono tutti gli elementi) per fornire non LA risposta, che non è in alcun modo nella presunzione di questa serie di articoli, ma piuttosto una possibile conseguenza del tutto semplice e, in fondo, logica.

Foto di Ansel Adams

Foto di Ansel Adams

Abbiamo già detto che le ragioni sono presumibilmente più di una. Ed è probabile che, quella più significativa in questo tempo, risieda nel bisogno diffuso di emulazione: vengo colpito dal monocromatico, mi accorgo che piace, quindi ci provo pure io. Nulla più di questo, in una gran parte dei casi, probabilmente nella maggioranza.

Ma uno dei motivi a cui ci piace pensare, e che diventa quindi l’oggetto vero di questa chiacchierata, lo troviamo proprio nelle righe iniziali, riportate dalla seconda parte: posto che possa esistere una realtà reale (e per questo rimandiamo all’infinita questione di ordine filosofico, che non è il nostro tema, oggi), altro è quello che la fotografia, per definizione, ci racconta e riporta.
Una realtà nuova e differente, che talvolta, la storia ce lo insegna, arriva perfino a sostituire ogni altra possibile realtà, diventando quella più riconosciuta e accettata. Quella più “vera”.

Foto di Henri Cartier-Bresson

Foto di Henri Cartier-Bresson

Ed ecco che il bianconero sfodera quel qualcosa che in modo specifico gli appartiene: la possibilità di creare verità differente senza dover necessariamente, evidentemente, limpidamente mentire.
In che senso? Diciamo che una foglia è verde: anche a colori (specialmente in era informatica) la foglia si può trasformare, diventando gialla, rossa oppure blu. Ma nel fare i conti con la nostra conoscenza delle cose e della nostra memoria, la foglia sarà immediatamente falsa, implausibile.
Accettabile certamente in chiave artistica, come le Marilyn Monroe di Andy Warhol, ma non più come possibile espressione delle reali potenzialità di quella foglia, nel suo più ovvio e riconoscibile essere parte della natura.

Col monocromatico la magia invece avviene: la foglia diventa di colpo grigia. Impossibile quindi.
Ma, per la consuetudine al fatto che il bianconero esiste ed è, difficilmente qualcuno osserverà la foglia ponendosi la questione, contestandone l’improbabilità del presentarsi grigia.

E al fotografo si aprirà la possibilità di renderla di un grigio differente da altri grigi, a piacimento. E di metterla in relazione ad altri grigi ancora, questi pure da lui scelti e decisi, questi pure impossibili e insieme plausibili.

Foto di Edward Weston

Foto di Edward Weston

Nello stesso privare le forme dell’elemento del colore, è implicita la possibilità di “creare”, di “inventare”, senza dover necessariamente essere riconoscibili nell’idea di finto, oppure di falso.

Fotografia è arte? Non lo è? Non è scopo di questa chiacchierata porsi la domanda. A cui peraltro dubito potremmo fornire risposte oltre quanto, abbondantemente, la letteratura ampiamente soddisfi.

Ma che lo sia o meno, fotografando si soddisfa spesso l’esigenza di dare spazio alla nostra parte creativa, di lasciare sfogo a una via di espressione. Che sia arte o meno il prodotto finale (la fotografia realizzata cioè) poco importa: è a una pratica di ordine pseudoartistico che abbiamo attinto affinché lo scopo si realizzasse.

E il monocromatico, probabilmente, offre una possibilità in più. Una possibilità più ampia di creare senza dover ricostituire la natura del “vero”, di documentare utilizzando pezzi di fantasia e non di sola ragione.
Di attingere all’universo del possibile senza dover rendere conto di troppi perché, senza necessità di essere assolutamente menzogna, e al tempo stesso senza i lacci della più stretta veridicità.

Col monocromatico si racconta e si inventa contemporaneamente, sospesi tra il documento e la visione propria del fotografante. In un rapporto tra l’invenzione e la narrativa schietta che forse solo al bianconero sono concessi.

Francesco Merenda

La foto introduttiva dell'articolo è di Caterina Bruzzone

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La Gabbia Armonica, Ottobre 2016

 

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