Libere considerazioni sulla Post Produzione. Nell’Officina Di Marco “Fetch”

Ciao a tutti

Quest’anno, sulla Gabbia Armonica, parleremo ogni tanto della Post Produzione in quanto essa riveste a pieno titolo un’importanza strategica all’interno del workflow del fotografo. Definisce uno stile, conferisce carattere, insomma fa parte del “pensiero” o meglio del “lessico” che l’Autore vuol usare per comunicare la sua storia al lettore.

Leggevo durante le vacanze natalizie una frase di un Professionista Tutor di Post Produzione, il quale affermava più o meno che “la migliore PP è quella che modifica il meno possibile la foto originale e senza contraddizioni con le regolazioni effetuate”.

In generale si può essere d’accordo.

C’è stato un periodo in cui mi divoravo 2 o 3 libri di fotografia ogni settimana; la mia era una vera “fame” (per non dire indigestione) di input. Dalla storia della fotografia, agli illustrati dei Maestri; dalla tecnica ai manuali. Ho sempre avuto grande difficoltà a trovare libri che facessero da collegamento tra le nozioni teoriche sull’uso dei programmi di PP (istogrammi, luci, contrasti, texture, ecc) e l’uso proprio (e non improprio) delle varie regolazioni nella pratica.

Osservando, o meglio guardando (e non sfogliando velocemente) centinaia di foto la settimana su internet, da tempo oramai vedo che troppi fotografi passano più tempo alla ricerca dell’istogramma perfetto, piuttosto che dell’attimo o del soggetto ideale. I risultati sono duplici e staticamente convergono nella maggior parte in fotografie mediocri, ulteriormente peggiorate dalla Post Produzione.

Sembra quasi che se una foto non viene sottoposta a qualche intervento pesante (e spesso inappropriato) non va bene; manchi qualcosa!

Mi fermo qui per oggi, altrimenti dopo un “pippone” così, la mia rubrica non se la filerà più nessuno. Ma ci tornerò più volte in futuro.

Prendiamo questa immagine di Giovanni Cassarà

Foto ottima, di grande impatto visivo e narrativo, molto drammatica. Gli interventi sul cielo per enfatizzare la scena sono molto evidenti, ma funzionano perfettamente e bilanciano nel peso la porzione di battigia in basso. Tutto funziona bene, anche l’intervento piuttosto evidente sui soggetti per migliorarne la lettura in controluce. La PP è importante ma pensata bene e perfettamente funzionante nell’insieme. L’intenzione dell’autore (reiterata in tanti suoi altri scatti) è quella di mantenere l’attenzione dell’osservatore al centro del fotogramma, e quindi la forte vignettatura serve da barriera. La PP in questo caso è tipica dello Stile dell’Autore. La cosa però funziona perché i soggetti hanno sempre grande forza narrativa.

Per gioco ho provato a schiarire il cielo ed il risultato è certamente una perdita di equilibrio.


Viceversa ho fatto l’esperimento opposto su questa mia foto nella cui veste originale gli interventi eseguiti sono davvero minimali. Ho messo solo un po’ di filtro blu sul cielo per renderlo ancora più morbido ed ho contrastato leggermente soggetto per dare volume.

La mia immagine è meno teatrale di quella di Giovanni Cassarà, ma ha in comune un soggetto drammatico e molto dinamico. Osservate quanto perderebbe la foto se volessimo “forzare” un cielo drammatico. Si perde buona parte della forza del soggetto.

Quello del cielo drammatico a tutti i costi è uno degli errori più controproducenti che spesso vedo in tante fotografie. E’ un effetto che va pensato già in fase di ripresa e dosato molto bene. La nostra Caterina Bruzzone è un esempio di grande bravura in tal senso.

Tante fotografie sono peggiorate in tal senso, dal paesaggio all’architettura (svista spesso madornale secondo me in questo caso. Chiedetevi se il soggetto è la struttura architettonica o il cielo!!) ed addirittura in certi ritratti con taglio all’americana o volto in primo piano; niente da fare se si vede un pezzetto di cielo, dev’essere drammatico!!

Proviamo a pensarci quando apriamo il nostro programma preferito per lo sviluppo “in chiaro” delle foto.


Ringraziamo per averci concesso l’uso della sua immagine Giovanni Cassarà



La Gabbia Armonica, Gennaio 2017

 

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8 risposte a Libere considerazioni sulla Post Produzione. Nell’Officina Di Marco “Fetch”

  1. Maddalena Sebellin dice:

    Molto interessante anche se breve la tua riflessione riguardo alla post, per me in questo momento è un problema molto attuale perchè sono ancora nella fase ” divoro libri” 🙂 spero continuerai sull’argomento!
    Ciao

    • Fetch dice:

      Ciao Maddalena. Molte risposte le troverai proprio sui libri (soprattutto prendendo spunto dagli illustrati degli Autori pubblicati e famosi) e visitando le mostre
      Ci ritornerò sicuramente sull’argomento

      Un abbraccio

  2. Daniele Finco dice:

    Io uso pochissimo la pp per una mia scelta personale, sono entrato in fotografia negli anni settanta quando per fare le foto dovevi aspettare il momento ideale delle due foto preferisco quelle con il cielo più chiaro perché secondo me rispetta la situazione atmosfera del momento che sono state scattate nulla da togliere sulla alte due con il cielo molto più carico sono sempre punti di vista. Ciao e buona luce a tutti.

    • Fetch dice:

      Ciao Daniele e grazie per il commento.
      Io invece ho iniziato col digitale ma ho provato (ed ogni tanto provo ancora) l’ebbrezza dell’argentino. Mi sono passate di mano diverse medio formato e certamente concordo che sull’aspetto intimo e di approccio riflessivo la pellicola ti porta ad una fotografia più “dilatata nel tempo”. E’ anche vero che la Post Produzione esiste (nella sua pratica) da quando esiste la fotografia ed il mio articolo non è un’accusa alla PP bensì un richiamo a riflettere su come e perché la utilizziamo.
      Un saluto e grazie

  3. Marzia Pozzato dice:

    Interessantisdimo il tuo pensiero , io non ho ancora trovato equilibrio tra scatto e post. Attendo sviluppi sull’argomento. Grazie

    • Fetch dice:

      Cia Marzia.
      Interessante questo tuo spunto.
      Non è facile trovarlo e soprattutto non è facile trascendere dal concetto di utilizzo della PP come elemento indispensabile per rendere bella una foto. Se si rimane schiavi di tale pensiero significa che le foto che hai realizzato non ti danno abbastanza forza e autostima o semplicemente (e non è certamente il tuo caso) stai sbagliando tutto il tuo approccio alla fotografia.
      La PP, in generale, è il minimo intervento indispensabile per completare un processo creativo che parte da molto prima dello scarico della scheda di memoria nel pc.
      Questo “minimo” va inteso come quantità e non come limite. Ci sono artisti che per loro creatività adottano una PP o addirittura fotoritocco in modo molto spinto (come accadeva in passato … Man Ray docet!) .. però seguono un’idea ben chiara .. e quello che fanno è sempre il minimo indispensabile.
      Un caro saluto

  4. Roberto dice:

    Ciao Marco il tuo discorso mi ha fatto pensare a un famoso fotografo di moda che dichiara apertamente di usare un portfolio di cieli di Milano per tutte le sue fotografie di moda…forse dovremmo chiederci quale è il soggetto, cosa racconta la fotografia e perché …. così da dare un senso … grazie per il tuo articolo..

    • Fetch dice:

      Ciao Roberto. Mi sembra che anche nel bellissimo film di Wenders “Palermo Shooting” vi sia una situazione tale e poi una crisi creativa ed esistenziale del fotografo che viene risolta ripercorrendo a ritroso l’essenza di fare fotografia.
      Arrivare a discutere dei “massimi sistema” è un target troppo elevato e ampio per l’articolo che ho fatto.
      Semplicemente intendevo far riflettere tanti fotografi che vedo sui social e non solo, i quali passano più tempo a provare filtri e regolazioni su foto mediocri per ricavare immagini … diciamo … “popolari” per un certo tipo di osservatore, piuttosto che pensare se quelle foto sono buone o no e come migliorare idee e tecnica.
      Grazie ed una saluto

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