Fotografia: conta il risultato! O no?

Abbiamo una certa curiosità verso i totem della fotografia. Quelli della rete in particolare.

Ma cos’è un totem? Ah, se non ci fosse Wikipedia!

“Un totem – in antropologia – è un’entità naturale o soprannaturale che ha un significato simbolico particolare per una persona, un clan o una tribù, e al quale ci si sente legati per tutta la vita”

Ecco: la nostra variante sta magari in quel “tutta la vita” (viviamo tempi frettolosi). Ma a parte ciò, grossomodo ci siamo.

Le tribù, i clan dei fotografanti hanno i loro totem. E nulla come la rete crea le nuove tribù. Senza tuttavia sottovalutare il fatto che i clan del mondo fisico sanno decisamente… stare al passo!
Sarà magari interessante dedicarsi alle “radici del totem”, ma in una prossima occasione…

Le tribù sono per natura differenti e, di norma, conflittuali: da Canon vs Nikon per arrivare a tecnica vs emozioni, i campanili non mancano.

Tuttavia, leggendo lo sviluppo di molte discussioni nei forum (anche nei social, ma lì tutto è più breve ovviamente), c’è una faccenda che sembra mettere d’accordo quasi tutti: a un certo punto della discussione qualcuno conclude che, alla fine,

quello che conta è il risultato

 

La cosa appare innocua. Condivisibile, ovvia quasi: in fondo, la fotografia prodotta e finita è la forma visibile del nostro lavoro, ed è normale che sia la bontà di questa a contare. Che altro mai?

Ma viste alcune premesse gettate con i precedenti articoli, Ran non è così convinto della cosa, anche per amore viscerale della parola magica: “dipende”

Escludiamo ancora una volta i professionisti. Quelli commerciali, perché nella maggior parte dei casi l’affermazione è da considerarsi ragionevolmente accettabile.
Escludiamo anche quelli che si occupano di reportage o simili: qui, all’opposto, gli aspetti etici dovrebbero prevalere, e mai essere sacrificati alla bontà del prodotto finito.

Diciamo che se l’appassionato fotografa un campo con 10 papere, può pensare di clonarle e trasformarle in 100 per fare una foto più ricca.
Diverso è se il giornalista fotografa una manifestazione politica con 10 partecipanti e li trasforma in 10.000. Credo che non sia necessario approfondire…

Ma allora, cosa c’è di male nell’idea che “conta il risultato”, parlando di un fotoamatore che non è chiamato a fare storia o informazione?

Nulla, assolutamente nulla.

E qui c’è il punto: il piano che ci interessa non ha niente  a che vedere con una qualche etica (laddove non sia palesemente richiesta), ma con quell’aspetto interiore del fotografante richiamato nello scorso articolo.

Quante volte abbiamo letto che lo scopo del viaggio è… viaggiare? Quante volte autori come Kerouac ci hanno emozionato?

Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevano altro e più lungo cammino da percorrere ma non importa, la strada è vita.

 

Parole sue.

Free Way. 1937. Dorothea Lange

E perché, applicando l’idea alla fotografia, dovrebbe essere tanto diversa la faccenda?

Non deve certo essere un dogma per tutti (abbiamo poca simpatia per i dogmi), ma di certo non è saggio considerare dogmatico l’opposto, ovvero… “conta il risultato”

Personalmente ho fotografato per 35 anni in molti luoghi, incontrando persone e pensieri diversi. E, ogni tanto, fotografandoli naturalmente.

Eppure ho migliaia di negativi che mai vedranno la luce, senza che questo mi generi il benchè minimo turbamento. Vivere l’esperienza, i momenti, lo scambio. Maturare qualcosa perché quel che accade intorno è vivo e differente. E ci inquina fatalmente. Grazie al cielo.

L’atto del fotografare vissuto non soltanto come fotografia portata a casa. L’atto del fotografare come esperienza nell’esperienza. Fotografie come mezzo prediletto (per chi ha questa passione) per mescolarsi alle cose del mondo fuori e raccoglierle su un taccuino particolare.

L’atto del fotografare come pratica in sé, svincolata e libera dal suo stesso risultato, dal successo che a vario titolo il “prodotto” potrà avere.

 

Nell’età del like, vediamo molte fotografie, di viaggio per restare in tema, troppo preoccupate del fuoco ultraselettivo, dei colori giusti, con la post giusta…

Ma in troppe di queste ci pare di vedere occhi improbabili e contesti fiabeschi come soggetto. E la sensazione è che la frenesia del risultato sia troppo spesso il fattore decisivo e scatenante di ogni fotografia.

E’ questo sbagliato? Certamente no, e non c’è critica, qui, a questo modo di fare fotografia. Anzi, massima ammirazione per molti fotografanti che conosco, e che potrebbero essere buoni simboli di questo approccio.

No, non è sbagliato. Ma il totem, il dogma, non deve dirci all’opposto che tutto questo è invece “il giusto”. Perché anche questo approccio, annullando ogni dipende, rappresenta una chiusura. E probabilmente una perdita di occasioni.

Non so se ho ragione o torto, e non mi interessa troppo scoprirlo. Ma certamente, se dovessi avviare mo figlio alla fotografia, non avrei dubbi: molto tempo lo dedicherei a suggerirgli che il viaggio, in sé, con la meraviglia della scoperta a ogni angolo, può regalare al suo intimo profondo molto di più, rispetto a una buona fotografia.
E che quindi, quello che più conta, probabilmente non è il risultato.

E non parlo solo del viaggio in senso stretto. Parlo di ogni percorso, anche il più semplice, sotto casa, fatto insieme alla fotocamera.

Del resto… la cerimonia del tè non si fa per avere un tè più buono…

FM


 

L’immagine introduttiva è tratta dal film Easy Rider, di Dennis Hopper

Ran Fotografia
Tratto dal blog “ran”

 

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